«Chi sono io?». Inizia con questa domanda André Breton uno dei suoi romanzi più belli, “Nadja”.
Tra le righe delle prime pagine del libro di Giuseppe Conte, “Una nuova primavera”, risuona l’eco dello stesso interrogativo, a cui l’autore risponde proponendo un viaggio, nel quale personale e collettivo sono tappe comuni del cammino di una vita intera, quella dell’ex presidente del Consiglio.
Conte è l’uomo che il popolo italiano non conosceva, che la vulgata giornalistica ha definito “venuto dal nulla”, ma che nel 2018 assume la guida del governo del Paese, all’alba della crisi della politica tradizionale e della religione laica delle “compatibilità”.
Come è stato possibile per un outsider riformare il Paese con misure che non hanno precedenti, sfidare gruppi di potere, dire “no” al miope credo dell’austerity dell’Unione europea, entrare nei libri di storia affrontando una pandemia globale nel suo drammatico epicentro?
Conte non è venuto dal nulla, ma dalla Puglia, da Volturara Appula per la precisione, come lui stesso non manca occasione di ricordare. La sua non è la storia di un enfant prodige, ma quella molto più tipica e ricorrente di un giovane meridionale di talento che studia, fa il pendolare e che per completare la sua formazione sceglie infine la strada per Roma. Nel frattempo, coltiva passioni, letture, nutre la coscienza politica oltre che quella professionale, come si ricava dalla densità culturale di ogni pagina del libro. Intraprende la carriera forense mentre è ricercatore prima e poi professore. Lo fa con profitto, perché l’abnegazione e l’impegno sono le caratteristiche che tutti gli riconoscono. Non per l’ideologia del merito; ma per il valore costituzionale della meritevolezza, si fa strada nella vita personale arrivando presto a incontrare quella di tutta la comunità nazionale.









