Nei contesti accademici in cui si formano i progettisti di domani, la riflessione sull'impatto dell'intelligenza artificiale (AI) sul lavoro creativo è in pieno corso.Il tratto comune della discussione, che avviene a varie latitudini, è la padronanza del pensiero creativo e il ruolo del designer, più che l'utilizzo dei tool: quest'ultimo si apprende, sugli altri due bisogna “nuotare in mare aperto” ma anche ascoltare chi ha l'esperienza e la visione per suggerire soprattutto un approccio culturale. Sul fronte italiano, sebbene il soggetto accademico abbia di par suo vocazione internazionale, Istituto Marangoni Milano Design ha promosso una recentissima meditazione sul tema con la tavola rotonda Sentient Horizons, intitolata quest'anno Design Awakens, appuntamento che ha riunito studenti, giornalisti e professionisti del settore.Al centro del dibattito, l'incontro tra intelligenza Artificiale e design, inteso come intersezione che consente tra le altre cose un'attitudine meno statica per oggetti e spazi che, mai come oggi, possono dialogare con altri dispositivi, prendere decisioni e non limitarsi a funzionare ma in un certo senso comportarsi e costruire nuove forme di interazione.Protagonisti della tavola rotonda, Carlo Ratti, Founding Partner di CRA-Carlo Ratti Associati e Direttore del MIT Senseable City Lab; Daan Roosegaarde, artista visionario, innovatore e fondatore di Studio Roosegaarde; e Claudia Schnugg, curatrice e ricercatrice nel campo di intersezione tra arte e scienza e Founding Curator dell’Universe Pavilion, moderati dalla giornalista Laura Traldi.L'obiettivo di Sentient Horizons, che in passato ha anche esplorato territori come metaverso, robotica e proiezione interplanetaria del designer, non è fornire risposte ma stimolare la discussione e suggerire soprattutto attitudini con cui provare ad approcciare la progettazione e i complessi temi che essa chiama in causa, nel privato e nello spazio pubblico. Quali sono i principali spunti di cui i futuri designer possono far tesoro a seguito dell'evento tenutosi nell'auditorium di Spazio Lenovo a Milano?Meno controllo, più interazioneIn un'epoca in cui le possibilità aumentano, su cosa concentrarsi ai fini di una sinergia riuscita tra tecnologia e proposta progettuale? Secondo Roosegaarde, vanno impostate le priorità in quanto “non si tratta di tecnologia, non si tratta di quel materiale sofisticato che tanto ti piace. Si tratta della sensazione che trasmetti alle persone. Non si tratta di come (un'installazione o un'esperienza, ndr) appare, ma di come si comporta. E il suo comportamento è in parte fuori dal tuo controllo, in parte sotto il tuo controllo. E imparare questo, invece di considerarlo una fonte di frustrazione, è davvero divertente”.Facendo riferimento alle opere di Studio Roosegaarde Gates of Light, un'installazione permanente che crea un paesaggio futuristico pur facendo a meno dell'elettricità, e al progetto Seeing Stars, che metteva al centro la connessione umana con l'universo in un mondo privato dell'inquinamento luminoso, l'artista olandese ha ricordato l'importanza “di usare i fallimenti o le interazioni delle persone come nutrimento, cercare di avere un sistema di design da cui si possa imparare”. A fronte dei problemi complessi che il design deve veicolare nell'opinione pubblica, come la consapevolezza ad esempio del cambiamento ambientale, è utile cercare "l'interazione, un innesco" più che calare dall'alto le nozioni al pubblico.Guardare alla natura nel tempo artificialeIn linea con i temi affrontati come curatore nella Biennale Architettura di Venezia 2025, il cui macroframe era “Intelligens. Natural. Artificial. Collective”, Carlo Ratti ha acceso un focus sul rapporto tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale, invitando i progettisti a osservare la natura per catturare quelle logiche profonde da trasferire con spirito di osservazione nella progettazione.Per Ratti, “qualsiasi pianta, qualsiasi cosa, è molto più intelligente di qualsiasi cosa facciamo noi. Tutti i materiali sono locali, tutta l'energia viene raccolta localmente dal sole. È davvero un design straordinario. E alla fine, tutti quei materiali, in un ciclo circolare, tornano al sole e diventano qualcosa di altrettanto bello”. La natura, quindi, come punto di riferimento ma più come processo che come risultato.Fare, anche per fallireLe possibilità tecnologiche sono aumentate ma al dunque, ancora oggi, il designer lotta contro lo scetticismo verso l'innovazione che porta al tavolo e che si traduce spesso, presso committenza o esecutori, in un approccio del tipo “yes, but….”.A pesare, anche i contesti, come raccontato da Ratti e Roosegaarde: se in America un'idea folle è tutto sommato una strada da provare comunque a percorrere, in Europa si sondano soprattutto le ragioni per non cominciare. Come spiegato da Roosegaarde, "in Europa, il mio cliente di solito mi chiede: "Sei sicuro di averlo già fatto prima?". Ma in Asia e in Medio Oriente, chiedono sempre: "Sei sicuro che sia la prima volta?". Anche quelli culturali sono aspetti a cui guardare, nella consapevolezza che è meglio provare e fallire per imparare piuttosto che cercare di avere sempre ragione.Un confronto equilibrato con gli scienziatiSempre più, per dare risposta a grandi problemi presenti e futuri, i design saranno incentivati a confrontarsi con i professionisti della scienza. Un fenomeno che Claudia Schnugg ben conosce, quello del potere di stimolazione reciproca, non privo però di qualche rischio di fraintendimento. “Gli artisti temono di avere idee troppo stravaganti per gli scienziati. Gli scienziati, a loro volta, temono di dare risposte troppo complesse agli artisti e, in qualche modo, cercano di incontrarsi a un livello inferiore a quello che sarebbero in grado di raggiungere, senza stimolarsi a sufficienza" ha rimarcato la curatrice per la quale però resta primaria la domanda su come usare le scoperte scientifiche e tecnologiche in maniera sensata, senza abdicare a una visione uniforme, acritica e quindi pigra della tecnologia nel design.Il poliamore come lettura dello spazio privatoSebbene possa suonare un po' anni ‘70, specialmente per la Gen Z che popola le aule di Istituto Marangoni Milano Design, per i giovani designer è tempo di attenzionare con forza la categoria del poliamore dal punto di vista della progettazione, soprattutto quando si parla di casa. Un tema emerso nell’ambito di Sentient Horizons, e che Carlo Ratti affronta anche come guest editor d'eccezione di Interni, a maggio 2026, parlando appunto dello spazio privato come di un ecosistema di affetti ibrido, misto. Nel caso specifico si guarda alla coesistenza di “batteri, piante, insetti, animali, persone e robot” per evidenziare come si debba andare oltre la visione dell'abitazione come spazio sanificato e controllato, quasi meccanico, e tornare a una maggiore sintesi di vita domestica e naturale.La visione poliamorosa deve spingere chi progetta e chi vive gli spazi ad accogliere l'imprevisto, a non separare rigidamente l'esistente, a non vivere istericamente le presenze vecchie e nuove (dai microbi agli automi) e a ragionare, sempre, in un'ottica di insieme.