Da anni mi sono promesso di non mettere piede al Salone del Risparmio. Quest’anno però mi sono avvicinato – solo avvicinato, sottolineo – per incontrare all’uscita un caro amico. Per chi non lo conoscesse il Salone del Risparmio è l’appuntamento annuale del settore del risparmio gestito. Premetto che non faccio una colpa al mio amico di seguirlo, né a tutti quelli che lo seguono perché sono in cerca di informazioni, spunti, di networking, insomma delle solite cose che si cercano agli eventi per cercare di fare meglio il proprio lavoro. Il punto è che io non riesco più a seguirlo.

Per anni l’ho fatto cercando con la lente gli appuntamenti in cui si parlava di finanza sostenibile. Quando la finanza sostenibile era affare per pochi ma quei pochi ci credevano, eccome se ci credevano. Poi nel giro di pochi anni c’è stata la svolta e la finanza sostenibile era un po’ ovunque. In particolare l’Esg era ovunque, l’acronimo che sta per Environmental, Social and Governance. Ha una ventina d’anni, l’acronimo, è nato in un gruppo di lavoro delle Nazioni Unite, e ormai è diventato quello dominante per indicare un approccio, una strategia, una filosofia, un insieme di metodologie e strumenti per chi in finanza non guarda solo alla bottom line ma integra – o almeno dichiara di farlo – considerazioni appunto Esg nel suo modo di fare business e di investire.