Prima di intervistare i leader del Movimento 23 marzo (M23), il gruppo ribelle congolese che ha conquistato ampie aree del secondo paese più grande dell’Africa, bisogna prepararsi ad alcuni insoliti preliminari. Uomini con il mitra ti perquisiscono alla ricerca di armi. Un segretario sfoglia il tuo taccuino pagina per pagina “nel caso ci fosse del veleno”. Dispositivi elettronici e orologi devono essere lasciati fuori del luogo d’incontro perché potrebbero essere tracciati o esplodere.
Una volta all’interno del quartier generale dei ribelli, però, l’M23 vuole trasmettere un’immagine professionale. Una squadra addetta ai social media scatta delle foto. Ci sono dei gadget: bandiere, striscioni e calendari da scrivania. E all’Economist viene mostrata in esclusiva una serie di slide sulle ragioni per cui gli Stati Uniti dovrebbero fare un accordo con i miliziani per avere accesso alle terre rare e ai “3t”: stagno (in inglese tin), tungsteno e tantalio. Tutti minerali di cui hanno il controllo. Corneille Nangaa, leader del braccio politico dell’M23, afferma: “Quei minerali si trovano nella nostra regione… Su, parliamone!”.
La sfrontatezza di Nangaa deriva dal fatto che l’M23 controlla gran parte del Sud Kivu e del Nord Kivu, due province nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), che in totale hanno 15 milioni di abitanti e si estendono su un’area grande come la Grecia o il Mississippi. I vari negoziati diplomatici in corso non hanno impedito ai ribelli di far avanzare la linea del fronte nella guerra che li oppone al governo della Rdc. E a Goma, capoluogo del Nord Kivu, l’M23 sta costruendo un’amministrazione parallela.






