L'ultima opera da direttore musicale resterà agli annali come una delle tappe più avvincenti di tale sua avventura artistica

Nabucco è l’ultima opera che Riccardo Chailly guida come direttore musicale della Scala e resterà agli annali come una delle tappe più avvincenti di tale sua avventura artistica. Il primo successo verdiano è titolo infido perché un materiale grezzo convive con pagine di qualità dove s’intravvede il Verdi di molto poi. Chailly attraversa tal campo di battaglia con vigore, slancio, positività senza essere mai bandistico e dona il giusto risalto a dettagli preziosi: per dirne uno, il geniale passo rossiniano (ma non troppo) dei sei violoncelli che introducono la Preghiera dell’atto II. E mancherà in teatro la sua attitudine allo studio costante delle fonti, al non sedersi sul già noto ma a ripensare ogni volta, con coraggio, la migliore formulazione del testo e del modo di affrontarlo; nella fattispecie valorizzando i Ballabili dell’edizione «Bruxelles 1848», nota solo ai musicologi più addentro l’universo verdiano.Ben nota a tutti è invece la squadra dei cantanti. Ai vari Salsi, Netrebko, Meli e Pertusi — tutti molto bene, in particolare il baritono protagonista per la varietà e qualità dei colori espressivi — si aggiunge il saldo mestiere di Veronica Simeoni. Sicché le risultanze musicali sono di alto livello, anche perché il coro di Alberto Malazzi offre a sua volta il contributo che l’opera, quanto mai oratoriale, esige. Niente bis, molto più toccante l’eloquente silenzio dopo «Va’ pensiero»: fa correre un brivido alla platea.Anche la messinscena è cosa infida perché Nabucco poggia su fragile dramma. Alessandro Talevi gioca la carta del tema del potere (un massimo comune divisore), traducendola in uno spettacolo più d’effetto che di sostanza, un kolossal non poco ingombrante, non poco «turistico». Tra cupole che richiamano il Pantheon romano, monumenti che sfidano il cielo, cavalli alati e macerie belliche, l’episodio forse più convincente è il teatro nel teatro proprio nei Ballabili, quando si rappresenta con una certa leggerezza la storia di un’altra Abigaille assetata di potere, Semiramide.