La musica non è soltanto intrattenimento o abitudine culturale: per milioni di italiani rappresenta una voce di spesa stabile distribuita naturalmente fra consumi digitali, eventi dal vivo e prodotti di vario tipo, soprattutto merchandising, collegati agli artisti preferiti. È questa la fotografia economica che emerge dal Music Engagement Study 2026 realizzato da Sparks of Fire Consulting per FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, su un campione di 1.608 persone tra 16 e 64 anni.

Il dato che più interessa l’economia della musica riguarda proprio il portafoglio: in Italia la spesa media mensile destinata a prodotti, servizi ed esperienze musicali raggiunge i 57 euro, distribuiti mediamente su 2,5 attività differenti. Una cifra che racconta un ecosistema composito, nel quale convivono la sottoscrizione alle piattaforme streaming, il ritorno (lento ma costante, come testimoniato anche dai dati globali Ifpi, e lo si capisce anche dalle scelte degli artisti) dei supporti fisici e soprattutto la centralità degli eventi live.

Concerti e festival guidano la spesa

La parte più consistente del budget musicale degli italiani continua infatti a finire nei concerti, che assorbono in media 25 euro al mese. Seguono i festival con 8 euro, poi gli abbonamenti streaming con 5 euro e, più distanziati vinili, cd, merchandising e libri legati agli artisti. Il quadro restituisce una gerarchia chiara: l’industria musicale contemporanea non vive soltanto di ascolti digitali ma soprattutto di esperienze. I live restano infatti il principale motore economico della relazione fra pubblico e artisti mentre lo streaming appare ormai come un servizio di base, quasi una commodity culturale integrata nella quotidianità.