L’Umbria della cultura trionfa e continua a riempire teatri, piazze, festival, sale cinematografiche e stagioni. Ma la creatività non si trasforma ancora in filiera produttiva e valore aggiunto. È il paradosso messo a fuoco dalla Camera di Commercio dell’Umbria. I dati sono evidenti: la regione è prima in Italia per densità di spettacoli rispetto alla popolazione, con 79 eventi ogni mille abitanti contro una media nazionale di 57 come ha certificato anche l’ultimo rapporto della Siae e un’identità riconosciuta ben oltre i confini regionali. Ma il confronto con il 2019, ultimo anno prima del Covid, mostra il punto debole: quella vitalità non si trasforma ancora abbastanza in industry, cioè in filiera produttiva, valore aggiunto, occupazione qualificata e servizi avanzati.
Mettendo a confronto le edizioni dal 2019 ad oggi del Rapporto “Io sono Cultura”, realizzato da Fondazione Symbola, Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte, emerge infatti che tra tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto reale del Sistema produttivo culturale e creativo dell’Umbria (Spcc) è diminuito del 10,4%. mentre nello stesso periodo l’Italia è cresciuta del 6,3% e il Centro ha sostanzialmente tenuto. Anche l’occupazione arretra: gli addetti umbri dell’Spcc sono passati da circa 21.200 a 18.882, con 2.318 occupati in meno, pari al -10,9%. Il 2024, preso da solo, restituisce una fotografia meno severa: il sistema culturale e creativo regionale vale 1,049 miliardi di euro e occupa 18.882 persone. Ma il valore nominale non basta. Tra 2019 e 2024 i prezzi sono cresciuti molto più della ricchezza prodotta dalla filiera. Così l’aumento apparente diventa, al netto dell’inflazione, una perdita reale. E il peso dell’Spcc sull’economia regionale scende dal 4,9% al 4,4%, mentre in Italia sale dal 5,7% al 5,8%.






