Anche questa volta i calciatori manderanno avanti qualcun altro. Ci hanno pensato, ci hanno provato, avevano anche le persone giuste da candidare, ma alla fine hanno scelto di schierarsi con Giovanni Malagò, con la garanzia di poter aver voce in capitolo, di poter comunque dire la loro per cambiare il calcio. Umberto Calcagno è il presidente dell’Aic, l’Associazione Italiana Calciatori dal novembre del 2020 e dal marzo dell’anno dopo è anche vicepresidente della Figc. Insomma, non è uno che si può chiamare fuori dalla crisi del calcio italiano, ma proprio perché ha vissuto il momento no dall’interno, pensa di avere le idee giuste per dare un contributo. Il suo è un messaggio chiaro: il calcio italiano ha smesso da troppo tempo di ragionare come sistema. E se oggi l’Associazione italiana calciatori ha scelto di sostenere la candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale, la motivazione va ben oltre il nome. “Avevamo pensato inizialmente anche a un ex calciatore presidente della Figc – racconta Calcagno – ma è emerso subito che non potessero essere l’Associazione calciatori o quella allenatori a candidare direttamente un ex giocatore. Damiano Tommasi o Demetrio Albertini avevano il profilo giusto, ma proprio dal confronto con loro è nata la convinzione che servisse un’altra strada”. L’Aic ci ha provato con la Lega Dilettanti, ma quando Abete ha deciso di scendere in campo in prima persona, ha imboccato la strada che ha portato ad appoggiare Malagò. Una scelta che, secondo Calcagno, nasce prima di tutto da una necessità politica e strutturale: “Per fare un cambio di passo bisogna responsabilizzare la Serie A. Il fatto che Malagò fosse espressione della Serie A per noi aveva un valore importante”. Ma c’è anche altro. “Abbiamo individuato in lui una persona esterna al nostro mondo, capace di portare qualcosa di nuovo. E poi ha un’esperienza internazionale unica nello sport italiano”. Permetta una domanda: le hanno offerto la vicepresidenza in cambio dell’appoggio? “Le priorità non sono le posizioni. Credo che il dibattito debba concentrarsi sulle proposte e sulla visione di tutto il sistema calcio”Il presidente dell’Aic più che un ruolo preciso sembra avere a cuore un concetto: quello di unità. Per lui è stato proprio questo il grande errore degli ultimi anni. “Non siamo riusciti ad avere un progetto tecnico-sportivo condiviso. Ognuno ha puntato il dito contro qualcun altro e così abbiamo perso competitività sia con i club sia con la Nazionale”. Da qui la convinzione che nessuno possa salvarsi da solo. “Non ci servono bandierine. Serve la garanzia che tutte le componenti facciano parte del progetto. Nel settore femminile abbiamo fatto sistema, la Nazionale e i club sono cresciuti assieme dal 2018 e i risultati si vedono e possiamo crescere ancora”.Calcagno rivendica anche alcune battaglie portate avanti dall’associazione negli ultimi anni, a partire dal tema dei “selezionabili”, ovvero i calciatori italiani utilizzabili per la Nazionale. “Dopo la vittoria dell’Europeo noi continuavamo a denunciare certi problemi mentre altri festeggiavano. Sul decreto crescita avevamo lanciato allarmi precisi: la sua abolizione però non ha portato alcun beneficio, nel mercato successivo c’è stato un 4 per cento in più di stranieri. Ma attenzione: la nostra non è una battaglia contro gli stranieri. Sono nostri associati e rappresentano un valore aggiunto”.Il problema, secondo lui, è un altro: “Abbiamo smesso di valorizzare la filiera”. Calcagno pesca nel suo passato un esempio per spiegare: “Quando giocavo io, a metà anni Novanta, il mercato della Serie C valeva circa 120 miliardi di lire. Oggi siamo a numeri completamente diversi. Eppure in Serie B e Lega Pro ci sono ancora ragazzi che potrebbero crescere e arrivare in alto”. Per riuscirci, però, servono incentivi diversi e una redistribuzione più efficace delle risorse. “Dobbiamo capire perché il mercato interno non è più competitivo. Un tempo nessuno si poneva il problema che gli italiani costassero troppo: semplicemente erano considerati forti”.Da qui l’idea di premiare chi investe davvero sui giovani. “Più riconoscimenti economici a chi fa giocare italiani di una certa età. E soprattutto vincoli chiari sulle nuove risorse”. Calcagno guarda con interesse ai possibili introiti derivanti dalle scommesse sportive e ai progetti legislativi attualmente in discussione. “Quelle risorse non devono essere distribuite a pioggia. Devono finanziare il minutaggio dei giovani selezionabili e le infrastrutture”.Il nodo infrastrutturale, per lui, è centrale. “Speriamo che l’Italia organizzi l’Europeo e che nascano nuovi grandi stadi. Ma servono soprattutto impianti medio-piccoli, stadi di quartiere, campi multifunzionali”. Calcagno cita spesso il modello spagnolo post-1992: “La Spagna è ripartita dai campi di quartiere. Noi oggi non abbiamo strutture sufficienti nemmeno per il calcio femminile o per le seconde squadre”. Non si oppone neppure a una riforma del numero delle squadre: “Alziamo l’asticella per iscriversi ai campionati, aumentiamo i controlli, paghiamo gli stipendi mensilmente e vediamo chi è davvero in grado di fare calcio professionistico”.Il presidente dell’Associazione calciatori si sofferma anche sul tema della formazione dei giovani. È qui, sostiene, che il calcio italiano rischia di perdere definitivamente terreno. “Tutto quello che non impari tra i 5 e i 12 anni poi fai fatica a recuperarlo. Se a un bambino di dieci anni dici solo ‘passa la palla’ e lo rimproveri per un dribbling, rischi di tarpare le ali al talento”. Per lui il problema è culturale oltre che tecnico. “Noi siamo cresciuti in uno sport destrutturato, nel calcio di strada. Quel mondo non tornerà, ma dobbiamo sostituirlo aumentando le ore di sport e formando meglio gli allenatori”. Ritiene valido il progetto varato negli ultimi mesi della gestione Gravina insieme a Zambrotta e Perrotta: “La chiave è formare i formatori. Oggi ci sono migliaia di dirigenti o allenatori improvvisati che lavorano con bambini tra i 5 e i 12 anni senza una preparazione adeguata. Non basta essere persone perbene: bisogna sapere come cresce un bambino, anche psicologicamente”.Scegliere Malagò, però, può significare anche ritrovarsi contro la politica: “Mi preoccupa che la politica sia così invasiva nello sport. Essere considerati non adatti a fare i consiglieri federali o vedere evocato continuamente il commissariamento è svilente”. Eppure, nonostante tutto, continua a credere nella possibilità di una svolta condivisa. “Oggi c’è una sensibilità diversa. Le questioni dei selezionabili o della redistribuzione delle risorse non sono più battaglie sindacali: sono temi di sistema”. Anche perché, conclude, il rischio è comune. “Se il calcio italiano perde valore, lo perde tutto il sistema, compresa la Serie A. Nessuna componente, da sola, può rilanciare il movimento. Serve un grande patto, capace di mettere al centro una visione comune. È questa la sfida più importante: ricostruire unità, responsabilità e credibilità attorno a un progetto condiviso. E sono convinto che stavolta si possa veramente lavorare insieme”.