Di calciatori indagati e già processati per violenza sessuale se n’è parlato parecchio nell’ultimo periodo. Dai radar era sparita la storia di Stanislav Bahirov, operaio-calciatore dilettante, arrestato a Milano nel 2024 con l’accusa di aver fatto ubriacare e abusato di una diciannovenne nei giardini Wanda Osiris a Nord del capoluogo lombardo. Lo scorso 21 aprile, alla vigilia del suo 28esimo compleanno, Bahirov è stato assolto in primo grado. «È finito un incubo, sono contento che mi hanno creduto e hanno capito che non c’entravo nulla. Alla fine la verità è venuta fuori», racconta a La Stampa. La procura aveva chiesto per lui una condanna a cinque anni di reclusione. Il ventottenne, originario dell'Ucraina e da dieci anni in Italia, era stato arrestato all’alba del 26 gennaio di due anni fa e per 38 giorni è stato detenuto in misura cautelare nel reparto protetti del carcere di San Vittore. Fin dall’interrogatorio di garanzia, assistito dall’avvocata Daniela Damiano, Bahirov ha detto di essere innocente. Ha chiesto di fare il test del Dna. L’esito del confronto con le tracce repertate sulla giovane, arrivato pochi giorni dopo, gli aveva dato ragione e il giudice Alberto Carboni lo aveva liberato. Le indagini della Squadra mobile erano scattate dopo la denuncia della vittima. Un giovane, con qualche fragilità psichica, che nella sua denuncia e nell’audizione con il pm del pool “Tutela di genere”, è sempre stata ritenuta attendibile nel suo narrato. Agli inquirenti aveva detto di aver incontrato un ragazzo dell’Est Europa di circa 30 anni che l’aveva sfidata a bere una bottiglia di vodka e poi costretta a subire rapporti sessuali. Gli investigatori erano risaliti a Bahirov dall’analisi delle telecamere e di un noleggio di un’auto in sharing. La diciannovenne aveva poi riconosciuto il ventottenne in un confronto fotografico di altri potenziali sospettati. «Contro di lei non ho nulla, un po’ di rabbia in generale c’è, ma l’unica cosa che mi interessa è che questa storia finisca per sempre e che possa tornare a vivere tranquillo con la mia famiglia che mi è sempre stata vicino fin dal primo giorno». Bahirov ricorda la mattina in cui i poliziotti hanno bussato alla sua porta di casa per portarlo in carcere. «Ho ancora in testa gli sguardi terrorizzati dei miei bambini. Non capivo nulla e chiedevo spiegazioni agli agenti. Loro mi dicevano “ti spieghiamo dopo quando ti portiamo via”. Io gli rispondevo: “No, ditemelo anche davanti a mia moglie tanto io non ho niente da nascondere”». In cella la preoccupazione maggiore non era per sé stesso ma per la sua famiglia. «Mia moglie si svegliava la mattina alle sette per venirmi a trovare. È sempre stata convinta che io una cosa del genere non la potevo fare. Vederla mi ha dato forza». Sulla sera incriminata Bahirov ha sempre mantenuto la stessa versione: «Stavo tornando a casa quando ho visto quella ragazza sulla panchina. Stava già bevendo la bottiglia di vodka. Io davvero volevo solo darle una mano perché mi sembrava fosse in difficoltà. Stava gridando quindi mi sono avvicinato. Quando mi ha detto che non serviva che chiamassi la polizia, me ne sono andato via». Una versione che non ha mai convinto gli inquirenti che ritengono che almeno un rapporto fosse stato consumato. Nel processo una perita nominata dalla giudice Fiammetta Modica ha ritenuto la presunta vittima incapace di testimoniare e quindi inattendibile. Rispetto ad altri colleghi Bahirov non ha subito la gogna mediatica. All’epoca dell’arresto il ventottenne era tesserato per la Vogherese, che ha rispettato il contratto fino alla scadenza naturale. «Quando sono uscito dal carcere e mi hanno ridato il telefono c’erano i messaggi di tantissime persone che mi avevano scritto hanno scritto, mi hanno scritto in tantissimi per dirmi che erano dalla mia parte». L’estate scorsa Bahirov, che nel frattempo da Milano si è trasferito a Voghera, è passato a giocare per il Siziano, sempre in provincia di Pavia. «All’ultima giornata - sorride - ho segnato il gol decisivo e abbiamo vinto il campionato».