L'ex presidente della Conferenza episcopale
Giuseppe Di Leo
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Sono ore di grande apprensione per Camillo Ruini, in condizioni di salute critiche da qualche giorno. L’iter del cardinale può essere paragonato a quello di Giuseppe Dossetti a parti invertite. Mentre il monaco canonista è apparso essere il vincitore del postconcilio rispetto alle istanze ecclesiologiche e pastorali di Paolo VI, e al contempo sconfitto sul piano politico rispetto all’esercizio del potere degasperiano ma anche a quello fanfaniano e moroteo, il cardinale – sconfitto sul piano del conflitto tra scuole opposte riguardo al Vaticano II – è apparso ai più il vincitore sul piano politico. Vincitore sia sulla politica nazionale che sulla politica internazionale. Mi spiego.
Da presidente della Conferenza episcopale italiana, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, Ruini intuì che – caduti il Muro di Berlino e l’impero sovietico – l’unità politica dei cattolici in un sistema non più di proporzionale puro sarebbe stata praticabile non più in un unico partito con visioni diverse. Costituiva la ricaduta politica come presa d’atto di una nazione che, anche attraverso la giurisprudenza costituzionale, aveva declassato la religione cattolica, ancorché riconosciuta attraverso la riforma del Concordato ancora in una posizione peculiare, al ruolo non più di religione di Stato.










