Il prezzo dell’oro si muove in un range stretto, segna un progresso dello 0,10% a 4.523,63 dollari l’oncia il 22 maggio, a causa del rafforzamento del dollaro statunitense e del fatto che i prezzi elevati del petrolio, nonostante la correzione odierna (future sul Brent -5,6% a 105,82 dollari al barile), hanno aumentato le aspettative di rialzi dei tassi d’interesse da parte della Fed.

Dall’inizio della guerra in Iran a fine febbraio il metallo prezioso ha perso quasi il 14%.

Il biglietto verde si mantiene vicino ai massimi delle ultime sei settimane, rendendo più costoso l’oro denominato in dollari per chi detiene altre valute.

Il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha dichiarato che ci sono stati «alcuni segnali positivi» nei colloqui con l"Iran, anche se il programma di arricchimento dell’uranio di Teheran e il controllo dello Stretto di Hormuz restano i punti critici delle trattative.

Nonostante le perdite della settimana, i prezzi del petrolio rimangono in rialzo tra il 50% e il 70% e alimentano i rischi inflazionistici e la probabilità che i tassi d’interesse rimangano alti più a lungo (i mercati scontano una stretta della Fed entro fine anno, con una probabilità del 60% di un intervento entro dicembre, secondo lo strumento FedWatch del Cme Group).