di

Federico Fubini

Steve Witkoff e Jared Kushner preparano una nuova missione al Cremlino. I timori di Kiev: un tentativo negli interessi di Putin e senza garanzie

Stanno lavorando per tornare a Mosca «abbastanza presto». Steve Witkoff e Jared Kushner — l’uno socio in affari ed emissario, l’altro cognato di Donald Trump — preparano una nuova missione al Cremlino, se possibile, già nei prossimi giorni. A confermarlo all’agenzia russa Interfax è stato Yuri Ushakov, il consigliere di Vladimir Putin; ma il governo ucraino ne ha la percezione da quando l’emissario di Kiev Rustem Umerov ha visitato lo stesso Witkoff a Miami l’8 maggio scorso.I segnali si accumulano e puntano tutti nella stessa direzione: la Casa Bianca sta cercando di costruire un’altra iniziativa per arrivare a un cessate-il-fuoco a tempo indeterminato in Ucraina: non una pace, per la quale non esistono le condizioni, ma almeno a una tregua senza scadenze. Il precedente, per quanto limitato, è la tregua totale e senza condizioni di tre giorni attorno alle celebrazioni russe del 9 maggio scorso: su pressione americana, dietro l’impegno di Mosca di rilasciare mille prigionieri ucraini, Zelensky ha accettato di congelare le ostilità e permettere a Putin di festeggiare l’anniversario della vittoria contro la Germania nazista.Gli americani ora vogliono verificare se sia possibile espandere il modello di quel cessate-il-fuoco. Ma, al solito con Donald Trump, lo fanno più d’intesa con Putin che parlando agli europei o agli ucraini stessi. Fonti politiche nell’amministrazione spiegano che la stessa decisione di ritirare cinquemila soldati americani dall’Europa, annunciata a inizio mese e confermata da Trump stesso mercoledì, sarebbe una concessione a Putin in vista di un cessate-il-fuoco. Il dittatore del Cremlino, che dall’inizio aveva presentato l’aggressione all’Ucraina come un atto di resistenza alla Nato, potrebbe così dire di aver ottenuto qualcosa con la guerra. APPROFONDISCI CON IL PODCASTIn contropartita, gli ucraini temono però di trovarsi di fronte a un’offerta russo-americana pericolosa e ambivalente: un congelamento totale del conflitto lungo l’attuale linea del fronte, con la rinuncia di Mosca ad avere tutto il Donbass (per il momento), ma senza garanzie di sicurezza per Kiev. Per Zelensky sarebbe difficile da accettare, perché il leader ucraino pensa che la Russia possa usare la tregua per preparare una nuova offensiva dalla Bielorussia su Kiev; ma anche difficile da respingere, per non scoprire il fianco all’accusa di essere il solo leader a voler continuare la guerra.Certo il momento sul campo è durissimo per Mosca. Nel 2026 il suo esercito ha quasi totalmente smesso di avanzare, dato che ormai è impossibile farlo sotto il tiro dei droni. In questa fase l’esercito russo subisce 140 fra morti e feriti gravi per ogni chilometro quadrato conquistato, il massimo da quattro anni; ma l’esercito ucraino si è dato il «key performance indicator» — un indicatore di performance — di arrivare a duecento morti e feriti russi per ogni chilometro di territorio ceduto. Poiché Kiev continua a controllare quasi 5.300 chilometri quadrati nel Donbass, con gli attuali ritmi di perdite umane la Russia dovrebbe dunque accettare circa altri 250 mila morti e mezzo milione di feriti nelle proprie file per raggiungere gli obiettivi dichiarati. Sarebbe una catastrofe insostenibile. Anche perché, dopo già oltre 350 mila caduti fra i suoi, Mosca ormai subisce perdite a un ritmo superiore a quello con cui riesce a rimpiazzarle con nuovi volontari a contratto. Putin avrebbe bisogno di una nuova mobilitazione parziale dopo quella del 2022, con il reclutamento obbligatorio, ma non osa lanciarla perché teme un avvitamento ancora più drastico della popolarità della guerra e sua personale fra i russi. Teme, in altri termini, di perdere il potere e di essere ucciso dai suoi.È su questo sfondo che riparte il dialogo fra il Cremlino e Witkoff. Stavolta Putin potrebbe rinunciare (per ora) alla pretesa di rovesciare il governo ucraino e anche a vedersi consegnare tutto il Donbass. La guerra russa, per ora, è un tragico fallimento di proporzioni storiche. Ma non è un caso che Witkoff vada a Mosca dopo che Trump e poi Putin stesso hanno visto a Pechino il leader cinese Xi Jinping, da cui la Russia oggi dipende totalmente.Certo ora i vertici del potere politico a Kiev non escludono più un cessate-il-fuoco nella seconda metà dell’anno. Ma non senza condizioni, come quello attorno al 9 maggio.