Ogni volta che si parla di soldi, io parlo di ristoranti. Ogni volta che si parla dell’essere più ricchi o più poveri dei nostri genitori, un tema dal quale la società pare ossessionata, gli altri magari citano la disinvoltura con cui andiamo all’estero, con cui compriamo telefoni da mille euro (che per me sono ancora: due milioni di lire), e io invece dico: guardateci.
Perché queste conversazioni si svolgono sempre a tavola, siamo sempre al ristorante, è sempre un giorno feriale, ed è uno dei, non so, duecento giorni feriali in cui mangiamo al ristorante? E alcuni dei miei amici sono ricchi, ma non tutti, alcuni sono dei disgraziati qualunque come me, solo che questo è il secolo in cui i disgraziati qualunque hanno il tenore di vita che una volta avevano i ricchi.
I miei uscivano tutte le sere, perché in casa dei miei vivere al di sopra delle proprie possibilità era una religione già quaranta o cinquant’anni fa, ma se chiedete ai miei coetanei vi diranno che non era normale. Che si andava in pizzeria una volta l’anno. Per il compleanno. Che il ristorante era una cosa da alta borghesia.
Adesso no, perché adesso abbiamo non so quanti fantastiliardi di ristoratori da far campare: sono più o meno degli psicologi? E soprattutto abbiamo tre o quattro generazioni di debosciati che considerano mangiare fuori un diritto inalienabile.






