MIRANO - L'ospedale di Mirano è al centro di un caso clinico destinato a rimanere nella memoria del reparto di Ostetricia e Ginecologia: il 5 maggio, nel corso di un unico intervento durato un'ora e trentacinque minuti, i medici hanno fatto nascere un bambino di tre chili, asportato una massa addominale di trenta centimetri di diametro e preservato l'utero della paziente. Tre risultati in una sola sala operatoria, con fino all'ultimo il rischio di isterectomia d'emergenza. Protagonista una 36enne residente nel Miranese, alla seconda gravidanza. Già mamma per via cesareo, nel corso di questa seconda gestazione aveva notato un aumento anomalo e rapido del volume dell'addome. Risonanza magnetica ed ecografia addominale avevano rivelato la presenza di una neoformazione di trenta centimetri per venti, verosimilmente un fibroma uterino, monitorata nel tempo senza procedere all'asportazione immediata.
IL PRIMARIO «Si era deciso di non intervenire d'urgenza nemmeno durante il cesareo programmato. Durante la gravidanza l'irrorazione sanguigna all'utero aumenta naturalmente e, con essa, il rischio emorragico. Il fibroma, inoltre, tende a ridursi di volume dopo il parto: sarebbe stato generalmente più opportuno operare in un secondo momento», spiega il primario dell'Ostetricia di Mirano, Jacopo Wabersich. Eppure qualcosa nella sala operatoria è andato diversamente. Wabersich aveva comunque predisposto sei sacche di sangue come misura precauzionale. Al suo fianco i colleghi ginecologi Eleonora Salviato e Armando Nallbani, lo strumentista Andrea Barbiero e l'anestesista Tiziana De Cristofaro. «Sapevamo di dover intervenire su una paziente che portava nel ventre un neonato, il liquido amniotico e una grande massa che comprimeva fegato, cava e aorta. Ma anche dopo mesi di monitoraggio, non sapevamo con certezza cosa avremmo trovato dopo l'incisione», continua il primario. Subito dopo l'estrazione del neonato di tre chili e in buona salute, la neoformazione ha iniziato a sanguinare in modo insistente, costringendo i chirurghi a cambiare strategia in tempo reale e ad asportarla d'urgenza per bloccare l'emorragia. Il rischio più temuto era l'isterectomia: quando il sanguinamento è severo, in alcuni casi l'asportazione dell'utero diventa l'unica opzione per fermare l'emorragia. Non è andata così. «Non è affatto scontato. Controllare il sanguinamento preservando l'utero richiede una difficoltà tecnica importante. È stato un lavoro di squadra, coinvolgendo anche l'équipe anestesiologica guidata dal primario Debora Saggioro». A distanza di poche settimane, madre e figlio stanno bene. Il direttore generale dell'Ulss 3 Serenissima, Massimo Zuin, inquadra il caso in una prospettiva più ampia: «Oltre all'eccezionalità clinica, questa operazione rappresenta la complessità dei casi che un ospedale moderno deve saper affrontare, anche in urgenza e di fronte a complicanze improvvise».






