Caro direttore,

i recenti fatti di Modena, che hanno visto protagonista il trentunenne Salim El Koudri, aprono una riflessione profonda che va ben oltre la pura cronaca nera. L'auto lanciata ad alta velocità sulla folla, i messaggi d'esaltazione religiosa sui social, il sequestro di dispositivi da parte della Digos e il drammatico bilancio dei feriti compongono il quadro di un evento gravissimo che ha scosso il Paese. Eppure, una parte consistente del dibattito si è concentrata fin da subito sulla definizione dell'attentatore. Molti organi di stampa e commentatori politici si sono affrettati a etichettarlo semplicemente come "italiano", quasi a voler edulcorare la realtà o a rivendicare un successo burocratico d'integrazione. El Koudri è formalmente cittadino italiano, essendo nato a Bergamo e laureato in Economia. Tuttavia, nascondere dietro a un passaporto le sue radici, il suo background culturale e la sua manifesta radicalizzazione di matrice islamica rappresenta una forma di ipocrisia intellettuale che danneggia la comprensione del problema. Il caso dimostra che un pezzo di carta e un titolo di studio non bastano a creare un reale senso di appartenenza a una comunità se i valori di fondo rimangono in totale contrasto.