Vado via, resto, rimango a patto che. Vado via, resto, rimango a patto che. Vado via, resto, rimango a patto che. Un ritornello interminabile e ossessivo, a tal punto da diventare ridondante e fastidioso. Il futuro di Mara Venier a “Domenica In” viene annualmente messo in discussione, salvo poi informare il pubblico che tutto rimarrà com’è.Forse l’unico modo per aspettarsi una vera rivoluzione sarebbe quello di non comunicare nulla, di non sollevare polveroni, di non avviare la toto-successione. Perché ogni volta che accade riecco la zampata della storica padrona di casa, ancora più decisa a non mollare la presa.Il solito ritornello“Domenica In”, diciamocelo, è il remake perfetto di “Ricomincio da capo”. Da quando c’è la Venier al timone, infatti, siamo tutti intrappolati in un loop temporale che ci obbliga a rivivere e a subire gli stessi avvenimenti.Se Bill Murray si svegliava sempre tormentato dallo stesso brano e costretto a onorare il ‘Groundhog Day’, Mara tende a riproporci l’identico copione relativo al suo addio. Ogni dodici mesi.Il rituale dell’abbandono annunciato è ormai diventato un brand, così come i ripensamenti successivi, giustificati e archiviati con una risata e una battuta, lasciando intendere che alla fine si era solo scherzato.La più grande illusione delle edizioni a guida Venier riguarda le novità. Predicate, auspicate e mai varate. Tutto è terribilmente indistinguibile e ogni variazione all’impostazione originaria tende a fallire in un istante. Gli esempi si sprecano e vanno dai giochini degli albori con Orietta Berti alla rubrica ispirata al “Musichiere” affidata a Pierpaolo Pretelli, passando per i vari spazi assegnati quest’anno a Teo Mammucari, sballottato tra una performance di magia e illusionismo e casseforti da aprire.Il caso CorsiLa vera metamorfosi di “Domenica In” – seppur parziale - avrebbe dovuto avere le sembianze di Gabriele Corsi. Ufficializzato un anno fa alla presentazione dei palinsesti, a quanto pare avrebbe goduto di una sua indipendenza, ridando al format quella divisione in blocchi che già si attuò una ventina d’anni fa. La rinuncia e i conseguenti ingaggi di Cerno, Miccio e dello stesso Mammucari, relegati ad un minutaggio irrisorio, hanno pertanto dimostrato plasticamente che, fino a quando ci sarà la Venier, la trasmissione avrà un’unica grande protagonista.Quest'ultima, in tal senso, somiglia ai Pooh, intrappolati in un eterno concerto di congedo che non si conclude mai. E se è legittimo che la diretta interessata difenda il suo territorio, rivendicando un’identificazione col programma, è meno comprensibile il comportamento della Rai, passiva e in balia degli eventi.Le responsabilità della RaiUn’azienda che subisce gli umori di un presentatore (chiunque egli sia) dimostra di non avere programmazione, visione, idee. Anche perché la tv di Stato è la prima ad essere consapevole che il cambiamento e l’avvio di una nuova fase si potranno attuare solo con la sostituzione della Venier.“La Rai mi chiede di rimanere; io voglio riflettere, credo che Domenica In vada cambiata e rivista", ha dichiarato lei a Fanpage nei giorni scorsi. L’ennesima promessa che cozza con una realtà immobile raffigurata dai due sgabelli posti uno di fronte all’altro e da interviste a vip alla centocinquantesima apparizione.L'anniversario ignoratoNel 2026 “Domenica In” ha festeggiato mezzo secolo di vita e le possibilità di un profondo restyling erano state offerte su un piatto d’argento. Al contrario, nulla si è mosso, nemmeno sul fronte di una doverosa celebrazione di Corrado e Baudo, che ne furono fondamentali pilastri. Pensare – e sperare – che ci si possa muovere adesso fa sorridere. Beato chi ci crede.
Domenica In, Mara Venier e la "sindrome Pooh": quell'addio annunciato che non si concretizza mai
“Domenica In” è il remake perfetto di “Ricomincio da capo”. Da quando c’è la Venier al timone siamo tutti intrappolati in un loop temporale che ci obbliga a rivivere e a subire gli stessi avvenimenti






