HomeFirenzeCronacaL'ultima partita di don Roberto Falorsi, amico dei detenutiLa scomparsa del "cocappellano" (e non solo) del penitenziario di SolliccianoDon Roberto FalorsiRicevi le notizie de La Nazione su GoogleSeguiciFirenze, 19 maggio 2026 - Don Roberto Falorsi aveva dentro di sé l'entusiasmo della missione che gli brillava negli occhi. Quando l'arcivescovo Gherardo Gambelli ha detto questo nella sua omelia, tutti hanno riconosciuto quel tratto vero e contagioso di don Roberto, del quale sono state celebrate le esequie nella chiesa di San Bartolomeo in Tuto lunedì 18 maggio, presente anche il vescovo Giovanni Roncari, e tanti confratelli. Gambelli, che è stato cappellano a Sollicciano, ha potuto frequentare don Roberto che lì operava già come aiutante cappellano, prima con don Vincenzo Russo, quindi con lui e fino a qualche giorno fa con don Stefano Casamassima . Nato nel '43, cresciuto nella parrocchia di Santa Maria a Scandicci e poi con don Masi al Vingone, Falorsi lavorava nella pelletteria e nel '69 aveva incontrato Kiko Arguello e Carmen Hernandez che avevano fondato il Cammino Neocatecumenale e che erano in missione proprio a Scandicci. La sua vocazione è maturata nel Cammino. Da laico Falorsi era andato in missione in Brasile, in Sardegna e in Perù. Proprio qui, nel 92, aveva deciso di entrare in seminario ed era stato ordinato prete qualche anno dopo. Tornato in Italia, ha assunto incarichi pastorali nel Seminario del Cammino, nella Misericordia di Lastra a Signa e a Sollicciano. Ha letteralmente "allungato" la propria vita, a dispetto della malattia che lo aveva colpito, per la passione profonda nel servizio ai detenuti del carcere. Era capace, dopo aver fatto la chemioterapia, di prendere la bicicletta anche in pieno luglio e in qualche modo correre in via Minervini per andare a celebrare la messa e portare avanti i colloqui con i detenuti, per aiutare il cammino di donne e uomini che dovevano risalire dal male profondo scavato dai reati compiuti e spesso da uno smarrimento umano affettivo e familiare, per non parlare degli effetti delle tossicodipendenze che lasciano tanti senza una bussola. Ma don Roberto era lì. Nella vita Falorsi aveva fatto il pellettiere prima di intraprendere il Cammino. Nelle parole di Arguello ed Hernandez trovò l'antidoto a una deriva ideologica che metteva a rischio l'unità della Chiesa su una base di rancore mentre "Gesù amava anche i nemici", proprio come indica il libro tenuto tra le mani dal Cristo ritratto nell'affresco centrale di San Bartolomeo in Tuto. Nell'ambito di questo percorso ecclesiale, da laico e poi da prete, Roberto Falorsi ha compiuto scelte e tappe importanti, di cui ha portato testimonianza in un incontro registrato in video.
L'ultima partita di don Roberto Falorsi, amico dei detenuti
La scomparsa del "cocappellano" (e non solo) del penitenziario di Sollicciano







