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Tre nuove perizie. Tre casi clinici esaminati. Per giungere alle stesse identiche conclusioni: non ci furono errori dei cardiochirurghi negli interventi eseguiti, non ci furono responsabilità da parte della struttura ospedaliera che li aveva in cura, il Papardo, nelle morti per infezione da sepsi.
È passato oltre un anno e mezzo dal sequestro delle sale operatorie di Cardiochirurgia dell’ospedale Papardo da parte della Procura di Messina e dei carabinieri dei Nas, ormai dissequestrate da tempo, nel gennaio del 2025, per quella che venne definita l’inchiesta sulla “catena delle morti sospette”, dopo una serie di denunce da parte dei familiari di pazienti operati nella struttura e deceduti poco dopo.
E a distanza di tutto questo tempo, con una lunga lista di indagati tra medici e dirigenti dell’ospedale ancora in piedi (si va verso l’archiviazione?), sono in 11 tra sanitari e manager, sono state depositate in Procura altre tre consulenze medico-legali che all’epoca la pm Alice Parialò affidò a tre periti molto esperti. Ma quei decessi, a giudicare cosa scrivono i consulenti della Procura, non furono affatto “sospette”. Queste tre perizie si aggiungono a quella depositata nel febbraio scorso, la prima, che si occupava del decesso di Gaetano Tommaso Bombaci, il primo di quella lista di pazienti deceduti poco dopo l’intervento chirurgico, che morì di sepsi a 66 anni il 24 settembre del 2024. Anche per il primo caso le risposte dei consulenti erano state molto chiare: non ci fu alcuna responsabilità né dei medici né sostanzialmente della struttura sanitaria.








