«Ti dispiace se lo chiamo Sàlgari? So che l’accento andrebbe sulla seconda “a”, Enzo mi corregge sempre, ma non ce la faccio a chiamarlo Salgàri». Come sempre, Giacomo Scarpelli se la ride. Dentro quella piccola ostinazione fonetica c’è già tutto: la familiarità con lo scrittore, la materia viva dei ricordi, una certa idea sentimentale della letteratura. Figlio dello sceneggiatore Furio, cresciuto con il ticchettio della macchina da scrivere, Giacomo torna insieme a Enzo D’Alò con il romanzo Oceani di carta, appena pubblicato da Salani. È un viaggio nella Torino d’inizio Novecento sulle tracce di Emilio Salgari, fra neve, biblioteche e avventure immaginate da chi il mare lo conosceva soprattutto attraverso atlanti ed enciclopedie. «La sua veniva considerata letteratura di consumo, un peccato visto che è stato il maestro della fanciullezza di molte generazioni. Enzo ed io abbiamo voluto approfondire la sua storia, scrivere un romanzo ci è parsa la cosa più naturale. L’abbiamo raccontata attraverso gli occhi di Giuseppe Ricci, un giornalista arrivato a Torino per incontrarlo». È esistito davvero? «Nella realtà si chiamava Antonio Casulli e scriveva per il Don Marzio, un giornale satirico di Napoli. La sua resta l’unica intervista a Salgari mai pubblicata». Che cosa cercava nello scrittore? «Un capitano dei mari, un avventuriero. Invece si trovò davanti una persona dimessa, che dalla villa elegante in cui abitava si era dovuto trasferire alla periferia precollinare. Un omino depresso che su tutto ciò che scriveva si documentava alla biblioteca civica di via Po». Com’era la Torino dell’epoca? «Una sorta di Ville Lumière sabauda, ma anche una città dagli inverni rigidi e innevati. Il giornalista ci arriva ben prima dell’ondata migratoria legata alla Fiat. Si ritrova in mezzo ai torinesi senza capirli, quasi parlassero un’altra lingua. Una situazione a un tempo triste e comica». Com’è stato scrivere in due? «Nel cinema è normale, nella letteratura molto meno. Salvo rarissime eccezioni, c’è questa concezione dell’autore rinchiuso nel suo splendido isolamento creativo. Invece l’esperienza è piacevole, dà un riscontro immediato: reciti le battute e vedi subito che effetto fanno». Come capitava a suo padre e ad Age. Che metodo utilizzavano? «Chiacchieravano per mesi per mettere a fuoco una storia, poi buttavano giù qualche paginetta per farla leggere al produttore. Stendevano una scaletta, che non doveva mai contenere più di 32 punti. Ognuno si occupava di un blocco del trattamento. In fase di sceneggiatura si dividevano le parti, le scrivevano e se le scambiavano, sistemandosele a vicenda». Lei assisteva? «Sì. Oppure li sentivo dalla mia stanza, che confinava con lo studio. Dopo gli chiedevo: “Papà, perché hai letto ad Age le tue battute con quel tono così serio?”. Lui mi rispondeva: “È così che si fa per vedere se funzionano. Se le reciti son bravi tutti a far ridere”». Il più bel ricordo di set? «“La cena”. Scola aveva allestito una grande sala ristorante, con tavoli a cui erano seduti gli attori e su cui erano posati altrettanti copioni. Ognuno doveva recitare il proprio ruolo, mentre il regista e noi scrittori ascoltavamo in un tavolo a parte. È stato come prendere parte a una meravigliosa, indimenticabile rappresentazione teatrale». Nella sua carriera brilla la candidatura agli Oscar per la sceneggiatura de “Il postino”. È vero che si deve a lei l’ambientazione italiana del film? «Girarlo in Cile sarebbe stato un problema, dunque proposi il nostro Paese, visto che per scappare dalla dittatura di Videla Neruda era stato anche da noi. Essendo lui un senatore comunista, il ministro dell’interno Scelba lo respinse con un decreto di espulsione. Venne difeso da molti intellettuali – Moravia, la Morante, Quasimodo, Pasolini, l’Einaudi – e alla fine gli venne concesso di restare». Dove? «A Capri, dove lo scrittore italo-tedesco Edwin Cerio gli prestò la villa. Mio padre nutriva riserve sul fatto che una storia che parla di poesia, rime, metafore potesse interessare il pubblico. Troisi ci disse: “Se interessa a noi, interesserà anche agli spettatori”. Ha avuto ragione». È diverso scrivere per l’Italia e per Hollywood? «Mio padre diceva sempre che da noi lo sceneggiatore doveva essere due volte autore. Perché negli Stati Uniti il produttore ti chiama e ti commissiona un film, magari tratto da un romanzo, da noi invece ti dicevano: “Voglio fare una commedia, inventati qualcosa”». Pensate di trarre un film da “Oceani di carta”? «Stiamo già lavorando alla sceneggiatura. Sarà il primo live action di Enzo, con inserti animati per le fantasie di Salgari. Il primo ciak sarà in autunno».