Buenos Aires. Le tensioni geopolitiche stanno imponendo una ristrutturazione accelerata del settore energetico globale. L’invasione dell’Ucraina ha costretto l’Europa a sostituire in pochi mesi il gas russo importato via gasdotto, accelerando la transizione verso il Gnl. E oggi l’instabilità in Medio oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno spingendo i paesi importatori a diversificare ulteriormente le forniture. In questo contesto, l’America Latina sta emergendo come una delle aree energetiche più promettenti del prossimo decennio. Per anni la regione è stata frenata da instabilità macroeconomica, incertezza normativa e carenze infrastrutturali. Oggi però il quadro sta cambiando rapidamente. La necessità occidentale e asiatica di ridurre l’esposizione alle aree di crisi ha favorito un forte aumento degli investimenti energetici e della produzione nel continente.Il caso più evidente è il Brasile. A marzo la produzione petrolifera ha superato i 4,3 milioni di barili al giorno, oltre il 10 per cento in più rispetto a un anno fa. Nel 2018 il paese produceva appena 2,6 milioni di barili quotidiani. La crescita è stata trainata soprattutto dai giacimenti offshore, che hanno trasformato il Brasile in uno dei principali poli estrattivi mondiali. Basti pensare che nel 2025 l’Iraq ha prodotto 4 milioni di barili di petrolio al giorno, gli Emirati arabi poco più di 3. Anche il Venezuela mostra segnali di recupero. Dopo il collasso produttivo degli ultimi 10 anni, dai 2,6 milioni di barili al giorno del 2014 ai circa 500 mila del 2020, la produzione è tornata a crescere. Nel 2025 Caracas ha raggiunto i 900 mila barili e i dati di aprile indicano un ulteriore aumento fino a 1,2 milioni. Il recupero è legato al ritorno operativo di alcune compagnie internazionali e alla revisione parziale delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. In questo scenario si inserisce anche il recente accordo di Eni con il Venezuela per lo sviluppo congiunto di petrolio e gas destinati in parte al mercato europeo.diL’altro grande polo energetico regionale è l’Argentina. Quest’anno la produzione si avvicinerà ai 900 mila barili al giorno, contro i 490 mila del 2018. La crescita è legata allo sviluppo di Vaca Muerta, il grande giacimento non convenzionale nella provincia di Neuquén, uno dei più promettenti fuori dagli Stati Uniti. La maturazione tecnologica del fracking, insieme alla liberalizzazione del settore promossa dal governo Milei, sta accelerando gli investimenti stranieri. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere completato il VMOS, l’oleodotto che collegherà Vaca Muerta alla costa atlantica, aumentando la capacità di esportazione del greggio argentino. Ma l’Argentina punta soprattutto sul Gnl (con un grande investimento che vede coinvolta l’Eni insieme alla compagnia statale argentina Ypf.Anche il Messico, nonostante le difficoltà finanziarie della compagnia statale Pemex, continua a mantenere un ruolo importante nell’equilibrio energetico nordamericano grazie alla propria produzione onshore e offshore da 1,6 milioni di barili al giorno. Un discorso a parte merita la Guyana, diventata uno dei casi più straordinari dell’industria energetica mondiale. Fino a meno di un decennio fa il paese non produceva petrolio. Oggi, grazie alle scoperte offshore del consorzio guidato da ExxonMobil, la produzione ha già superato i 650 mila barili al giorno ed è destinata a crescere rapidamente nei prossimi anni. Gli investimenti complessivi nei nuovi progetti offshore superano ormai i 50 miliardi di dollari e stanno trasformando un piccolo paese caraibico in un nuovo hub energetico atlantico. Nel complesso, l’America latina sta smettendo di essere una periferia energetica. Si sta trasformando in un hub strategico capace di attrarre capitali, tecnologia e domanda internazionali, anche per la relativa sicurezza rispetto ad altre aree del mondo. Nella nuova geografia dell’energia la diversificazione delle forniture non è più soltanto una scelta economica, ma una necessità geopolitica.