Willie Peyote: ph Matteo Bosonetto

Il pop non se la passa bene. Due anni fa, le dieci canzoni più ascoltate di Eurovision Song Contest 2024 registravano su Spotify una media di 403.977 stream nel primo giorno dopo la prima semifinale (8 maggio). Il 13 maggio scorso, invece, le dieci canzoni più ascoltate di ESC 2026 sono arrivate appena alla media di 238.016 ascolti: meno 41% nel giro di due anni. Non parleremo in due righe di boicottaggio e altri problemi della competizione caduta in disgrazia, ma sicuramente possiamo dire che il pubblico del pop non beve tutto quello che gli si fornisce, e che anzi resiste alle campagne di influenza più di quanto non vorremmo credere di questi tempi.

Certo, dominare la conversazione sembra ancora una strada praticabile: come Drake che per scrollarsi di dosso la reputazione macchiata dal beef con Kendrick Lamar (e forse anche il contratto con la major a cui ha fatto causa) scarica sul pubblico ben tre album, uno più noioso del precedente. Per questo vale ancora la pena passare la parola. Ti è piaciuto "Furèsta" di La Niña? Potresti provare il nuovo album del duo occitano Cocanha Flame Folclòre, che tra le righe di una tradizione secolare trova spiragli di estremi attualità ambient folk e una produzione che accentua ritmiche metalliche dei tamburelli e distorce le corde (fai caso a Clam). O magari farà per te "Norteña" di Julieta Venegas (Natalia Lafourcade in "Tengo Que Contarte" e Callaron Las Canciones valgono senza dubbio un ascolto). Nel frattempo, una generazione di artisti italiani emergenti continua a pubblicare canzoni encomiabili (ti indico "Buio" di Arianna Pasini, "Crepaccio" di Tueri Damasco e aucune idee di Valentina Polinori), altri nomi consolidati confermano il loro talento (gli inaffondabili Calibro 35 in "Riots", Baltimora come Emma Nolde in "Maltempo") mentre i nomi più celebrati della nostra discografia riaffacciatisi con nuovi singoli fanno fatica a convincere il sottoscritto (tranne Ernia in "LEWANDOSKY XI"). Distinguersi dalla massa non è facile, specie quando si è stati lo standard a lungo. Meglio ripudiarlo del tutto, questo standard: lo fa Max Gazzè con "L’ornamento delle cose secondarie", che si riallaccia al prog realizzando un disco delizioso oltre che “importante” ("Facce da vecchi" e "Sul filo parte II" sono gran pezzi). E scegliendo di accordare il La centrale a 432 Hz, cioè leggermente più “basso” del La a 440 Hz. Il che dà al suono maggiore calore, se il tuo orecchio è abituato ad ascoltare molta musica, come si dice che ormai facciamo tutti nell’era dello streaming. Ti consiglio di diffidare di chi, invece, ti parla di frequenze meditative e armonie naturali. Non c’è bisogno di inserire pseudoscienza dentro la nostra già abbondante confusione, non c’è bisogno di giustificare la nostra necessità di ascoltare “altro”: è semplicemente il modo in cui funziona la curiosità.