Il ritiro degli Emirati dall’Opec+ accelera la rivalità con Riyadh e apre nuove crepe strategiche nel GCC, mentre Teheran tenta di sfruttare le divisioni interne alla regione. L’analisi di Alissa Pavia, Nonresident Senior Fellow, Atlantic Council
Gli Emirati Arabi Uniti hanno intrapreso una mossa tanto strategica quanto inaspettata quando hanno annunciato il loro ritiro dall’Opec+, il cartello dei paesi produttori di petrolio famoso per l’implementazione dell’embargo petrolifero del 1973. Il primo maggio 2026 l’Uae ha annunciato il suo ritiro dopo 59 anni di adesione, scatenando il panico fra i paesi del Golfo tutt’ora nel mirino dei razzi iraniani. La motivazione ufficiale di Abu Dhabi è di voler incrementare la produzione nazionale sopra la quota imposta dal cartello, limitata a 3,4 milioni di barili al giorno, contro una capacità produttiva nazionale vicina ai 5 milioni di barili. Di fronte alle incertezze che la regione sta affrontando a causa della ritorsione iraniana in seguito agli attacchi congiunti israelo-americani, Abu Dhabi sta tentando di raggiungere un’autonomia strategica dal resto del Golfo per poter intraprendere politiche più benefiche ai suoi interessi nazionali. La strategia è soprattutto mirata a svincolarsi dall’Arabia Saudita, che da sempre gioca il ruolo di leader principale del cartello, manovrando le decisioni principali inerenti alla stabilizzazione dei prezzi globali di petrolio e alla quantità di petrolio disponibile sul mercato. Intanto, i sauditi tentano di giustificarsi: proprio in questi giorni il principe Turki ha pubblicato un pezzo su Arab News sostenendo che «il principe ereditario (Mohammed bin Salman) non ha permesso all’Iran di dividere i fraterni stati del Golfo» e sostenendo che ha supportato tutti i leader del Golfo, esprimendo loro solidarietà, e ha posto le rotte commerciali e finanziarie del regno al servizio loro e dei loro popoli.









