di
Marta Ghezzi
L'attore parla agli studenti dei suoi successi ma anche dei suoi momenti imbarazzanti. «Attenti al meccanismo tossico dei social»
«Sono contento di avere avuto successo dopo i trenta anni». Con una incredibile dose di coraggio, il comico e conduttore televisivo Max Angioni si racconta, svelando tappa per tappa, senza omissioni, la sua fortunata (e tardiva, a detta sua) carriera di comico, alla platea della Sala Colonne a Palazzo Giureconsulti, nella seconda giornata di Milano Civil Week. La sua non è una battuta di circostanza: rivolgendosi ai giovani, tantissimi i ragazzi delle superiori fra il pubblico, entra in dettaglio, e avverte: «Oggi è il momento delle gag rapide girate al computer dalla camera da letto, e postate a velocità supersonica, ogni due o tre giorni. Lo fanno i diciottenni, i ventenni, e se sono convincenti raccolgono immediatamente follower. Così, però, manca il tempo per riflettere, per studiare. Per creare qualità ci vuole tempo, anche nella comicità». Pausa.
Poi riprende: «Io ne ho avuto, dai venti anni in avanti ho fatto tanti lavori dietro le quinte, nei teatri, nelle scuole, e ho avuto modo di capire che per offrire una comicità di livello dovevo impegnarmi, tornare sui libri, formarmi». Smonta il pensiero che il mestiere del comico sia puro divertimento, e soprattutto privo di ostacoli. «Eh no, non è così. Ti può capitare che le risate non arrivino, che dal pubblico si sollevi solo gelo, quante volte mi è successo», ha spiegato, ridendo e condividendo sue esperienze di forte imbarazzo, «monologhi non riusciti, battute non colte, gente che si distraeva con il telefono. Io li considero tasselli iniziali di lavoro, comuni a tutte le professioni, da cui porti sempre a casa qualcosa, impari e cresci».








