C’è un paradosso amaro che avvolge le officine di Gaydon. Da una parte, il mondo ammira il lancio di vetture straordinarie come la nuova Valhalla; dall’altra, i libri contabili di Aston Martin raccontano la storia di un lento, inesorabile cratere finanziario che sembra non avere fondo. Quello che un tempo era un gioiello della borsa valutato ben 5,8 miliardi di dollari al momento della sua quotazione nel 2018, oggi si ritrova ridimensionato a un decimo di quel valore, oscillando intorno ai 584 milioni di dollari.
Un’emorragia che non si ferma
La cronaca recente descrive una situazione di emergenza quasi ciclica. Solo due settimane fa, il marchio britannico ha dovuto bussare alla porta degli investitori per l’ottava volta dalla sua quotazione pubblica, ottenendo un’iniezione di liquidità d’emergenza pari a 50 milioni di sterline (circa 68 milioni di dollari). Questo salvataggio è stato orchestrato dal consorzio Yew Tree, guidato dal miliardario canadese Lawrence Stroll, che detiene attualmente la quota di maggioranza del 31%.
Nonostante l’impegno costante dichiarato da Stroll, i numeri restano impietosi: lo scorso anno le perdite ante imposte sono balzate del 25%, raggiungendo la cifra di 364 milioni di sterline. Una voragine che solleva interrogativi pesanti sulla sostenibilità a lungo termine del modello di business attuale.








