Non è la prima volta che uno dei più grandi colli di bottiglia del commercio globale viene chiuso di colpo. Il 5 giugno del 1967 a subire questo destino fu il Canale di Suez. Quello stesso giorno Israele lanciò un attacco contro l’Egitto, conquistando in pochi giorni la penisola del Sinai in quella che sarebbe passata alla storia come la “Guerra dei Sei Giorni”. Il Canale di Suez si trasformò così da principale rotta di comunicazione tra Asia ed Europa a linea del fronte. Ecco perché, poche ore dopo l’inizio dei combattimenti, Il Cairo ne dichiarò la chiusura e lo fece minare. La decisione fu così inaspettata che 15 navi di otto Paesi diversi rimasero bloccate all’interno. E non vi restarono per poche settimane, bensì per otto anni: Suez fu riaperto solo al termine della guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973). Nel frattempo, le petroliere e le navi cargo furono costrette quasi a raddoppiare la distanza da percorrere per raggiungere l’Europa, circumnavigando il continente africano e passando dal Capo di Buona Speranza (oggi tornato centrale, per via degli attacchi Houthi nel Mar Rosso).
A differenza di Suez, lo stretto di Hormuz non può essere sostituito, almeno nel breve periodo. Non ci sono rotte alternative per entrare e uscire dal Golfo Persico. E neanche le infrastrutture terrestri esistenti – l’oleodotto Est-Ovest saudita e quello emiratino costruito nel 2012 – riescono a compensare la chiusura dello stretto. Ma i piani per fare definitivamente a meno di Hormuz sono già molto concreti, tra soluzioni tampone immediate e progetti strategici di lungo periodo. L’Iraq ha aperto una nuova rotta terrestre, inviando decine di camion cisterna in Siria, da dove il petrolio viene poi imbarcato nel Mediterraneo. Altri progetti prevedono invece la creazione di nuove infrastrutture: l’Agenzia Internazionale dell’Energia sostiene la costruzione di un nuovo oleodotto che colleghi i principali pozzi petroliferi di Iraq e Kuwait al terminal turco di Ceyhan. Netanyahu, da parte sua, ha proposto di far arrivare le tubazioni in Israele, un’ipotesi che, nonostante l’avvicinamento di Tel Aviv ad alcuni Paesi del Golfo (Emirati su tutti), rimane altamente improbabile.






