Marco Bazzichi
16 maggio 2026 10:21
“Ve' la tragedia mutò in commedia". È attorno al cortocircuito di questa esclamazione, cantata dal coro nel finale del secondo atto, che si regge l'ossatura del Ballo in maschera di Giuseppe Verdi: un'opera costantemente in bilico tra il dramma più cupo e la leggerezza, dove la politica si mescola al gossip. Un protagonista da pelle d'oca, un debutto monumentale sul podio e un coro impeccabile hanno dimostrato (nella replica di venerdì 15 maggio) alla Sala Grande del Maggio Musicale Fiorentino, come questa frizione teatrale possa trasformarsi in pura energia contemporanea. L'allestimento ambientato negli anni Sessanta, che riporta il titolo verdiano a Firenze in forma scenica dopo trentun anni di assenza, ha fatto da sfondo a una prova vocale e orchestrale trascinante, capace di muoversi con lucidità dentro le pieghe di un'opera affascinante e strutturalmente singolare.Il punto di partenza imprescindibile della serata è l’interpretazione di Antonio Poli nei panni di Riccardo, sontuosa sotto ogni punto di vista. Poli impressiona per la capacità di sprigionare una notevole potenza vocale senza mai perdere in eleganza e dolcezza, riuscendo a mantenere sempre vivo il calore e la bellezza delle melodie verdiane, restituite in tutte le sfumature di un personaggio complesso e tormentato come Riccardo. Il tenore scava nella vulnerabilità del leader con un'intensità espressiva eccezionale che si colloca, per quanto riguarda le voci maschili, tra i momenti più emozionanti ascoltati al Maggio nelle ultime stagioni, capace di trasmettere al pubblico una genuina sensazione da pelle d'oca.Attorno al protagonista si è mosso un cast vocale di assoluto valore. Una menzione particolare va a Chiara Isotton nei panni di Amelia: oltre alla naturale forza della sua voce in teatro, la sua prova ha brillato per la grande intensità emotiva e il temperamento con cui ha dato vita alla drammaticità del personaggio. Spazio anche alla brillante presenza di Lavinia Bini nei panni del paggio Oscar.Un discorso a parte merita la prova del baritono Hae Kang, impegnato nel complesso ruolo di Renato proprio nella recita del 15 maggio. La sua performance ha offerto un'interpretazione di grande tenuta e rigore esecutivo, culminata nella celebre aria del terzo atto "Eri tu". Kang ha convinto e scaldato profondamente il pubblico in sala, che sul finale del brano gli ha tributato applausi scroscianti e calorosi.Le asimmetrie di Somma e il "baccano" del gossip politicoUn ballo in maschera resta un capolavoro assoluto della maturità verdiana, ma è al contempo un’opera in cui è necessario considerare come il libretto di Antonio Somma presenti vistose falle e sproporzioni strutturali. La gestione dei tempi narrativi offre diversi esempi: l’ampio spazio concesso alla figura dell’indovina Ulrica nella prima parte dell'opera – interpretata con magnetismo da Ksenia Dudnikova –, a cui segue la sua totale e improvvisa scomparsa, configura la sua sezione quasi come un’opera nell’opera.Proprio su questa asimmetria strutturale si innesta la scelta registica di Valentina Carrasco, che sceglie di associare la figura di Ulrica a quella carismatica di Martin Luther King. Si tratta di una trasposizione che difende e riscatta brillantemente la debolezza del libretto: in questo modo la profetessa cessa di essere un elemento folkloristico confinato in un antro magico per farsi specchio e amplificatore della coscienza civile degli anni Sessanta. La sua predizione di morte perde i contorni della stregoneria da operetta e assume il peso storico di un tragico presagio politico, legando indissolubilmente il destino dei due leader. Meno fluida e decisamente più rigida nell'economia generale del dramma finisce invece per risolversi la vicenda legata all’erba magica, un segmento che per sua natura fatica a trovare una collocazione logica tanto nel testo di Somma quanto sulla scena contemporanea.A queste asimmetrie si aggiungono le contraddizioni psicologiche interne che Somma disegna per Renato e per lo stesso Riccardo, nonché i contorni non sempre cristallini della congiura, con un arresto dei cospiratori talmente repentino da risultar quasi cinematico ma poco coerente.Proprio in queste pieghe testuali si è inserita la linea di lettura condivisa tra la regia di Valentina Carrasco e la direzione d'orchestra. Il punto di svolta concettuale emerge chiaramente nel travolgente finale del secondo atto, nel momento in cui la tresca tra Riccardo e Amelia viene svelata davanti ai congiurati e a Renato. Laddove la tradizione esecutiva si adagia spesso su un'escalation comico-sarcastica guidata dalle risate del coro (il celebre "È scherzo od è follia", specchio del baccano cittadino), la concertazione fiorentina sceglie di mantenere teso il filo del dramma purissimo. Quella pagina si spoglia di ogni leggerezza farsesca per farsi cupa, violenta, quasi spietata.Questo uso del "baccano" e del dileggio pubblico si presta a una lettura straordinariamente contemporanea: è la perfetta rappresentazione del moderno gossip politico, di quella risonanza mediatica e pruriginosa che l'opinione pubblica riserva alla vita privata dei grandi leader. Il parallelo con le tormentate vicende sentimentali di John F. Kennedy e l'esposizione della sua intimità al giudizio della massa trova in questo finale di atto una giustificazione drammaturgica formidabile, trasformando la debolezza del libretto in un punto di forza specchiato nel nostro presente.Lo spettacolo richiede complessivamente allo spettatore di lasciarsi guidare dal flusso visivo, supportato dalle stupende scenografie di Andrea Belli e dai video di Massimo Volpini. Da questo punto di vista, l'inizio dell'opera è un autentico capolavoro di soluzioni visive: l'allestimento si apre infatti con la proiezione della bandiera americana e del volto di John F. Kennedy su un sipario trasparente. Attraverso questo velo, lo spettatore comincia a intravedere in controluce i primi movimenti drammatici sul palco, in un suggestivo gioco di filigrane. Nel momento in cui il sipario si alza, si rivela una corrispondenza millimetrica e perfetta tra le ultime proiezioni video e le gigantografie fisse che dominano la scena, creando un effetto artistico di grandissimo impatto e immergendo immediatamente il pubblico nel cuore della mitologia politica degli anni Sessanta.La trasposizione nell'America kennediana regala poi altri momenti visivamente folgoranti, come l'apparizione di Jacqueline Kennedy che emerge da uno sfondo blu circondata da palloncini. La regia ha poi scelto di non esporsi con soluzioni eccessivamente polarizzanti negli ultimi istanti del finale: senza una netta presa di posizione, lo spettacolo si conferma un lavoro con cui occorre entrare in profonda sintonia per comprenderne l'ossatura.Dal punto di vista musicale, la direzione di Emmanuel Tjeknavorian è apparsa monumentale. Il dato è straordinario se si pensa che il giovane è alla sua prima direzione assoluta in carriera di un titolo lirico, ma dimostra già un passo teatrale di rara fluidità, capace di far scivolare via l'opera con straordinaria naturalezza.In questo fitto ricamo sonoro, un plauso incondizionato va al Coro del Maggio Musicale Fiorentino, guidato come sempre in modo superbo dal maestro Lorenzo Fratini: la compagine si è dimostrata semplicemente straordinaria per precisione, intonazione e compattezza, confermandosi colonna portante della produzione sia nei momenti d'insieme che nelle dinamiche della congiura.È però nell'atto terzo che la lettura di Tjeknavorian trova il suo acme espressivo: si ascolta qui un'orchestra del Maggio che giganteggia letteralmente, caricandosi di una densità sonora imponente e drammatica fino a un epilogo trascinante che ha meritatamente incontrato il grande favore e i caldi applausi del pubblico fiorentino.






