di Aldo Cazzullo
Dalla bruciante sconfitta di Adua, alla «vendetta» di Mussolini, fino alla caduta dell’Impero: un reportage per raccontare in «Una giornata particolare» (mercoledì 27 maggio e mercoledì 3 giugno su La7) il prezzo delle ambizioni espansionistiche italiane. Con una conferma: la vocazione di noi italiani è la pace
IN ERITREA ED ETIOPIA «Il maresciallo Badoglio telegrafa: oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba». Mi sono sempre chiesto cos’abbiano pensato i nostri nonni quando il Duce – novant’anni fa, in questi stessi giorni – diede trionfalmente l’annuncio della presa di Addis Abeba, dal balcone di piazza Venezia. Quasi nessuno tra i nostri nonni era un antifascista militante, ma tanti non erano fascisti. Eppure quelle parole di Mussolini segnarono il culmine del consenso al regime. Indicavano una rivincita storica. E nello stesso tempo rappresentarono l’inizio della fine. «Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta!» aveva detto, anzi gridato il Duce dal balcone il 2 ottobre del 1935, proclamando la guerra. Quasi quarant’anni erano passati dal primo marzo 1896: Adua. La prima guerra perduta da una potenza europea contro una potenza africana. Da un esercito bianco contro un esercito nero. Gli inglesi avevano perduto battaglie; ma poi la guerra alla fine l’avevano sempre vinta. Quell’umiliazione pesava sulla coscienza e sull’orgoglio degli italiani. Adua non divenne un nome da cancellare, ma un nome da ricordare. Non una ferita da suturare, ma da lasciare aperta.






