Nonostante il raggiungimento di una tregua tra Stati Uniti e Iran e la riapertura (temporanea?) dello stretto di Hormuz, la guerra non è finita e il trauma logistico innescato dal conflitto è tutt'altro che risolto. C’è ancora incertezza sugli approvvigionamenti di idrocarburi e lo spettro dei razionamenti di carburante continua ad aggirarsi per l’Europa, Italia compresa, come sottolineato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Tra i tanti settori economici colpiti dalla crisi dei prezzi e delle forniture c’è anche l’industria chimica: il comparto della plastica, in particolare, si è ritrovato a dover fare i conti con l’impennata dei combustibili fossili, che rappresentano sia la materia prima dei processi, sia la fonte di energia che li alimentano.Ma guardando al futuro, Bruxelles vorrebbe dotarsi di uno strumento per ridurre la dipendenza dalle importazioni e l’esposizione alle tensioni internazionali: il riciclo, non solo delle plastiche ma anche dei minerali critici per le energie pulite. In questa prospettiva, la cosiddetta “circolarità” non andrebbe intesa esclusivamente come un obiettivo di sostenibilità ambientale, ma come una via per la sicurezza economica ed energetica.A che punto siamoCon Donald Trump alla Casa Bianca, del resto, gli Stati Uniti stanno proseguendo con ancora maggiore determinazione nella loro strategia di “messa in sicurezza” delle materie prime. Washington non vuole più dipendere dalla Cina per l’approvvigionamento dei minerali critici anche per il settore digitale e quello della difesa. Washington sta sviluppando una filiera alternativa localizzata in paesi alleati o vicini, oltre a investire nel potenziamento delle capacità nazionali di estrazione e raffinazione.Anche l'Unione europea si trova in una situazione analoga: dipende pesantemente da Pechino per le forniture di litio per le batterie e di terre rare per i magneti, ad esempio, e vorrebbe emanciparsi. Rispetto agli Stati Uniti, tuttavia, Bruxelles non si sta muovendo con la stessa decisione – lo dicono le aziende, come la belga Solvay – e rischia di ritrovarsi subordinata alla nascente supply chain statunitense.Cosa prevede RESourceEU, il piano per il riciclo dei metalli rariAll’inizio di dicembre, però, la Commissione europea ha presentato un piano che dovrebbe dare un’accelerata agli sforzi per l’autosufficienza mineraria. Il piano si chiama RESourceEU, contiene finanziamenti per 3 miliardi di euro e prevede una serie di interventi per snellire le autorizzazioni dei progetti strategici. Uno dei punti principali è il sostegno all’industria del riciclo dei metalli già presenti all’interno dei prodotti venduti nell’Unione.Attualmente, sul territorio comunitario il tasso di recupero delle terre rare è inferiore all’1%, ma con abbastanza scarti e incentivi economici a disposizione – sostiene Bruxelles –, i riciclatori potrebbero soddisfare il 20% della domanda di magneti permanenti, che finiscono nei motori delle auto elettriche o nelle turbine eoliche.Nella prima metà del 2026 la Commissione proporrà di limitare le esportazioni di rifiuti elettronici contenenti magneti preziosi, come hard-disk e droni, in modo da mantenere quanti più dispositivi esausti all’interno dei confini europei e garantire la “materia prima seconda” – così si dice nel gergo dell’economia circolare – agli impianti di riciclo. Parallelamente, per assicurare un mercato a questi materiali di recupero, verrà introdotto un obbligo di contenuto minimo riciclato nei prodotti di nuova produzione: è un modo per provare a competere con la Cina, che vale il 90% della produzione mondiale di magneti in terre rare.Inoltre, da settembre 2026 sarà vietata l’esportazione di batterie al litio esauste e di “massa nera” (quello che rimane delle batterie dopo la rimozione di acciaio e plastiche e la triturazione del resto) nei paesi non appartenenti all’Ocse. Stando alle stime contenute in un documento della Commissione, l’Unione europea “potrebbe trattare circa il 50-65% della massa nera che produce, arrivando a produrre fino a 1 milione di nuovi pacchi batteria per veicoli elettrici all’anno”.Qual è il ruolo dell’ItaliaCon il regolamento Critical raw materials Act, l’Unione europea si è data l’obiettivo al 2030 di estrarre almeno il 10% dei minerali critici che consuma, raffinarne il 40% e riciclarne il 15%. Una maggiore autosufficienza è necessaria perché, come disse a marzo dell’anno scorso il commissario per l’Industria Stéphane Séjourné, “il litio cinese non può diventare il gas russo di domani”, cioè un’arma geopolitica nelle mani di un governo avversario, che potrebbe decidere di utilizzarla a proprio vantaggio.Circa un anno fa, appunto, la Commissione aveva pubblicato un elenco di 47 progetti che dovranno rafforzare le capacità dell’Europa sulle materie prime per le transizioni energetica e digitale. La maggior parte dei progetti strategici, 25, riguardano la fase di estrazione delle risorse, 24 quella di raffinazione e 10 quella di riciclo. Tra questi ultimi, ben quattro si trovano in Italia: il nostro paese potrebbe dunque ritagliarsi uno spazio rilevante nella nuova filiera europea.Uno dei quattro progetti è nel Lazio, a Ceccano, dove l’azienda Itelyum sta sviluppando un impianto innovativo per il recupero delle terre rare dai magneti presenti negli hard disk e nei motori elettrici. In Toscana, a Rosignano, c’è invece l’Alpha Project di Solvay Chimica Italia per il riciclo dei metalli del gruppo del platino: alcuni di questi vengono utilizzati negli elettrolizzatori per l’idrogeno.Il terzo progetto è a Cadoneghe, in Veneto, dove Circular Materials intende “estrarre” rame, nichel e platinoidi dalle acque reflue industriali. Infine, a Portovesme, in Sardegna, il colosso Glencore intende dedicarsi al recupero di litio dalle batterie.Il riciclo può arginare l’ondata di rifiuti in plastica?C’è poi un altro tipo di riciclo, che non riguarda un metallo raro ma un materiale comunque “critico” per l’economia e l’ambiente, che l’Unione europea dovrebbe promuovere in un’ottica di circolarità e sostenibilità: il riciclo della plastica.La Commissione ha già stabilito che entro il 2030 bisognerà riciclare il 55% degli imballaggi in plastica. Oggi, però, viene ancora confinato in discarica il 25% dei rifiuti plastici generati nell’Unione e la metà degli scarti raccolti viene inviata all’estero per il trattamento a causa dell’insufficiente capacità di lavorazione interna.A livello globale, entro il 2040 l’inquinamento da plastica raggiungerà i 280 milioni di tonnellate all’anno, stando al rapporto Breaking the Plastic Wave 2025, pubblicato a dicembre dall’organizzazione non governativa The Pew Charitable Trusts. Lo studio dice inoltre che, per quella data, la produzione mondiale di plastiche vergini aumenterà del 52%, il doppio rispetto all’evoluzione dei sistemi di gestione dei rifiuti.Le emissioni di gas serra legate alla plastica, invece – petrolio e gas non sono solo le materie prime, ma anche i combustibili che ne alimentano la produzione –, cresceranno del 58% a 4,2 gigatonnellate di CO2 equivalente all’anno. Se l’industria della plastica fosse una nazione, sarebbe la terza maggiore emettitrice al mondo.