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Lo Stato però non può logorare un uomo fino a fargli desiderare la condanna pur di smettere

E se fossero innocenti? Questa domanda non andrebbe mai dimenticata quando si giudica una persona. È il tarlo del ragionevole dubbio. Se poi l'imputato viene assolto in primo grado e perfino in appello quel dubbio è di fatto una assoluzione. Solo che qui da noi non funziona così. Lo Stato che perde non si arrende mai. È il vizio segreto, il peccato originale di un sistema penale che ancora oggi, nel 2026, conserva nelle ossa la postura del codice Rocco, quel codice del 1930 che fu pensato per uno Stato fascista e che la repubblica ha rattoppato senza mai davvero rifarlo. Un giudice assolve perché il dubbio è ragionevole, e lo Stato fa appello. La corte d'appello conferma l'assoluzione, e lo Stato ricorre in Cassazione. Lo Stato però non può logorare un uomo fino a fargli desiderare la condanna pur di smettere.

L'articolo 27 della Costituzione dice che l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. È una frase scritta in negativo per una ragione precisa. Lo Stato deve dimostrare la colpa, non il cittadino la sua innocenza. È il rovesciamento della logica inquisitoria, la differenza tra una democrazia liberale e un tribunale totalitario. Eppure accade il contrario. Quando il pubblico ministero perde, riapre. Si chiama "interesse pubblico", e suona bene, ma è la versione aggiornata di una vecchia presunzione di stampo autoritario: lo Stato ha sempre ragione, è solo questione di trovare il giudice giusto al terzo o al quarto tentativo.