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Saviano non si oppone alla spettacolarizzazione del crimine reale. Si oppone a una serializzazione fatta da altri. Se avesse avuto i diritti su Garlasco, avremmo già la graphic novel

Roberto Saviano scrive su Repubblica che il caso Garlasco è diventato una serie tv alla seconda stagione, con il colpevole già scritto nel copione prima ancora che la sentenza esista. Ha ragione. Ma forse non si trova nella posizione migliore per dirlo.

Gomorra - prima libro, poi serie, poi franchise globale - è il caso più clamoroso di crimine reale trasformato in intrattenimento seriale nella storia culturale italiana recente. La tensione drammatica a puntate, gli spettatori fidelizzati, la serie tv dove non si vede quasi un poliziotto per lasciar spazio agli eroi negativi della camorra. I morti di Saviano sono quasi sempre anonimi, meridionali, «altri». Chiara Poggi è borghese, del Nord, e il processo è televisivo invece che letterario. Ma la logica dello «spettacolo» è identica, e identico è il patto con il pubblico: dargli un villain riconoscibile e una storia avvincente. Il true crime televisivo, secondo lo scrittore, non produce giornalismo, non crea vero dibattito, non eleva chi guarda a cittadino consapevole. A differenza del franchise di Gomorra, immaginiamo. Saviano non si oppone alla spettacolarizzazione del crimine reale. Si oppone a una serializzazione fatta da altri. Se avesse avuto i diritti su Garlasco, avremmo già la graphic novel.