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Karim Khan parla di prove insufficienti contro i leader israeliani e invita alla prudenza. Ma la parola genocidio resta centrale nella propaganda anti-Israele

E ora come la mettiamo con la storia del genocidio? Piazze, comizi politici, violenze commesse in nome di quanto successo a Gaza, che per molti poteva avere un solo nome, appunto, quello di Genocidio. Per la prima volta dopo quasi un anno, il procuratore capo della Corte penale internazionale, Karim Khan, rompe il silenzio dopo essersi temporaneamente fatto da parte dal suo ruolo alla Corte in seguito a un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di cattiva condotta sessuale mosse nei suoi confronti.

Khan, infatti, ammette: non ci sono prove sufficienti per accusare i leader israeliani di genocidio a Gaza: “Sarebbe sconsiderato procedere solo per la pressione pubblica, continuiamo a indagare”, ha detto un’intervista esclusiva a Zeteo. Gli stessi politici di sinistra che considerano la CPI come massimo ordine per la giustizia internazionale, così come le varie Francesca Albanese, allora ora dovrebbero fare mea culpa ed eliminare la parola genocidio dal loro vocabolario in riferimento ai fatti di Gaza. Ma non lo faranno, perché quell’unica narrazione cui abituato il loro pubblico non prevede alcuna scusa, errore o retromarcia.