VENEZIA - Avevano preparato anche una “guida alla complicità”, con l’elenco dei padiglioni dei Paesi “amici” di Israele segnati in rosso. “Boicotta il padiglione del genocidio” è stato, sin dal mattino, lo slogan ripetuto e scritto ovunque, invitando tutti alla manifestazione del pomeriggio. Tutto questo mentre alcuni Padiglioni risultavano chiusi per sciopero (quello dei Cobas per denunciare lo sfruttamento dei lavoratori e quello politico anti Israele) e mentre la cerimonia inaugurale dell’esposizione di Tel Aviv, all’Arsenale, era blindatissima. Il corteo – 3000 manifestanti a sentire gli organizzatori, la metà per la Questura – è finito con gli immancabili scontri: spinte, manganellate, anche feriti e contusi. «Picchiare i poliziotti per la causa palestinese alla Biennale di Venezia non porta a nulla» ha detto il vicepremier Matteo Salvini, unico ministro presente ieri alla Biennale.

La giornata è iniziata con lo sciopero dei lavoratori, un’astensione dal lavoro richiesta da Cobas e Usb Lavoro Privato (ma la Biennale in una nota ha sottolineato che “la propria attività si svolge nel pieno rispetto delle normative vigenti”) e pure dagli anti-Israele. Chiusi, per tutta la giornata o per alcune ore, una ventina di Padiglioni a partire da quelli di Austria, Francia, Belgio, Olanda, Spagna. Aperto quello del Giappone, ma senza i bambolotti. Intanto, all’Arsenale, decine di agenti, anche in tenuta anti-sommossa, presidiavano il Padiglione “temporaneo” di Israele (quello storico ai Giardini è chiuso per restauro) e i controlli erano assicurati anche dall’alto, con un elicottero che sorvolava la zona.