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8 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 15:48

Questa non è più solo una squadra forte. È ormai un vero e proprio sistema. Oklahoma City ha creato in poco tempo una cultura. Come i San Antonio Spurs. Come lo erano gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Da cosa si capisce? Dal fatto che i giocatori non di primo piano, quando chiamati in causa, rispondono “presente” e vengono messi nelle condizioni di dare il proprio contributo, talvolta anche decisivo. Dal fatto che Jalen Williams è fuori, entra AiJAy Mitchell e si integra alla perfezione nel quintetto, trova il palcoscenico per incidere, non fa rimpiangere l’All Star dei Thunder. Non è un fatto banale. In gara 1, Mitchell ha segnato 18 punti, mentre addirittura 20 in gara 2. Due vittorie (2-0 sui Lakers). Shai Gilgeous-Alexander? In controllo, ma senza fuochi d’artificio. Ci ha pensato la solidità del roster a incidere, i vari Cason Wallace, Jared McCain, Isaiah Hartenstein, lo stesso Mitchell. Da qui si misura la grandezza di una squadra. Per non parlare di Chet Holmgren, molto a suo agio nel ruolo di secondo violino, che quando tira da fuori venendo da destra con l’arresto a due tempi sembra quasi Larry Bird. Per lui, in questi playoff, 18,6 punti, un clamoroso 45% da tre, una sostanziale perfezioni ai liberi (93,3%) e l’insana voglia di stopparti tutte le volte che provi ad alzare il braccio, anche solo per chiedere un cambio. Oklahoma City non ha ancora perso una partita in questi playoff. Sono primi per punti segnati (120,7 di media), sono quinti per efficienza difensiva, primi per rapporto tra assist e palle perse. Insomma, per l’anello, i conti si fanno sempre con i Thunder.