«Roma Capitale, vieni avanti. Io ti vedo!». Piero Chiambretti ha aperto così sabato scorso la terza stagione di Fin che la barca va, riveduta e corretta. Sei puntate, al sabato, settanta minuti dalle 20 su Rai 3. Stessa location, la barca che naviga sul Tevere, e format leggermente modificato.

Due momenti distinti, due “movimenti”: “Col vento in poppa” e “Controcorrente”. Non cambia invece l'approccio alla materia televisiva: scanzonato, leggero ma non superficiale, ironico. Si naviga nella cronaca e nell’attualità, tra informazione e cultura. Nessun ambizione di dare lezioni, semmai la voglia di guardare al mondo con sguardo un po’ laterale e fuori dagli schemi.

Il programma è di Chiambretti e Roberto Ebale scritto con Tiberio Fusco. Per rendere l’idea, basta citare i due ospiti del debutto: monsignor Vincenzo Paglia e Pif, il sacro e il profano insieme in direzione Isola Tiberina. Paglia ha pubblicato da poco La vita e l’attesa (Vita e Pensiero), un libro sulla terza età. Poi i compagni di navigazione: due vecchi lupi di mare come Giorgio Dell’Arti e Claudio Sabelli Fioretti, il re degli archivi e il mago delle interviste. «Chissà quante tempeste ormonali avrà dovuto affrontare», domanda l’ex Postino impertinente. Sabelli Fioretti lo spiazza: «Dovrei rispondere? Non ha messo il punto di domanda, caro Chiambretti». Giusto per far capire che aria tira. Dell’Arti invece viene presentato come «giornalista e scrittore»: «La “e” non la voglio, sono giornalista e basta», replica secco.