Nel 2017 il settimanale The Economist dedicò una celebre copertina ai dati, definendoli il “nuovo petrolio”. È un’immagine che ha retto nel tempo e che oggi trova conferma quotidiana nell’intelligenza artificiale. D’altronde, un’AI senza dati è come un cervello vuoto.La corsa a nuove fonti di dati ha così raggiunto livelli senza precedenti, spesso a scapito della nostra privacy. Proprio questo mese ha fatto notizia una nuova class action contro i Ray-Ban di Meta, accusati di registrare senza consenso momenti privati, tra cui atti sessuali e permanenze in bagno. Eppure, soprattutto nelle nostre città, la raccolta di dati non deve necessariamente essere così invasiva.Il sistema nervoso nascosto delle cittàA pochi metri di profondità, nel sottosuolo, si estende un invisibile sistema nervoso: migliaia di chilometri di cavi in fibra ottica che trasmettono chiamate, messaggi e flussi di dati, cioè la linfa dell’economia dell’informazione. Oggi trasportano le nostre storie digitali. Tuttavia, con piccole modifiche tecnologiche, potrebbero iniziare a raccontarne altre, altrettanto cruciali: storie sui flussi di traffico, sulla vita urbana, sulla sicurezza delle infrastrutture o sul rischio sismico.Usare reti esistenti come sensori non è un’idea nuova. Negli ultimi vent’anni le città sono state mappate in molti modi, utilizzando ad esempio i segnali Gps o quelli dei telefoni cellulari. Nei primi anni Duemila, il MIT Senseable City Lab lanciò uno dei primi progetti al mondo che utilizzavano dati anonimizzati provenienti dalle reti cellulari per visualizzare l’attività urbana. Oggi tutto questo ci sembra del tutto normale, ogni volta che apriamo Google Maps o Waze. Metodi di questo tipo, spesso chiamati “opportunistic sensing”, trasformano infrastrutture progettate per uno scopo in strumenti utili per altri.Fin dalla loro introduzione negli anni Settanta, i cavi in fibra ottica sono diventati le dorsali delle reti globali, collegando continenti, città, case e imprese. Pur non essendo stati progettati come sensori, la loro capacità di trasmettere luce con grande precisione li rende estremamente sensibili a vibrazioni e variazioni di temperatura. Con gli strumenti giusti, possono quindi essere trasformati in sensori. Ed è qui che entra in gioco il nostro progetto.Il progetto: trasformare la fibra ottica in sensoreCome abbiamo raccontato in un recente articolo pubblicato su Nature Communications abbiamo trasformato 50 chilometri di fibra ottica sotterranea sotto San José in un sensore alla scala urbana. Attraverso una tecnica chiamata Das, acronimo di Distributed Acoustic Sensing, abbiamo inviato impulsi luminosi e analizzato la risposta dei cavi, trasformandoli di fatto in migliaia di geofoni virtuali. Il tutto senza interferire con il normale funzionamento delle telecomunicazioni: abbiamo semplicemente aggiunto una capacità di rilevamento a un’infrastruttura preesistente.I risultati aprono molte possibilità. Innanzitutto, possiamo mappare le città dal punto di vista geologico, individuando vuoti sotterranei, tunnel o terreni poco compatti. In un paese come l’Italia, dove questi rischi fanno parte della realtà quotidiana in molte aree, dal Veneto alla Sicilia, questa prospettiva è particolarmente rilevante. Come abbiamo discusso in un altro articolo pubblicato lo scorso anno su Geophysical Research Letters, anche il livello delle falde acquifere può essere monitorato, aprendo la strada a una migliore mappatura dei rischi alluvionali e a sistemi di allerta più tempestivi.Gli stessi sistemi possono inoltre essere utilizzati per monitorare lo stato di salute delle infrastrutture, come i ponti, individuando in anticipo difetti nascosti e necessità di manutenzione urgente. Anche in questo caso si tratta di riconoscere un rischio strutturale prima che si trasformi in catastrofe.Ma non si tratta solo di capire cosa accade sotto terra. Le stesse equazioni del Das possono essere usate anche “al contrario”, monitorando le vibrazioni prodotte dalla città. A San José siamo riusciti a osservare attività con una risoluzione che ha sorpreso anche noi: i flussi del traffico nelle ore di punta, i lavori in corso su ciascun isolato, la presenza di vita notturna e persino le vibrazioni prodotte dai bambini durante la ricreazione in una scuola.Dati utili senza sorveglianza invasivaNessuno di questi dati proviene da telecamere o da sistemi di sorveglianza visiva. Arrivano invece da vibrazioni raccolte dal terreno attraverso i cavi in fibra ottica. Possiamo seguire il movimento di un veicolo, ma non identificarne il conducente o la targa. In termini tecnici, si tratta di un sistema privacy-preserving, cioè capace di raccogliere informazioni utili senza violare la privacy individuale.Naturalmente, non tutto è automatico. Sebbene l’infrastruttura esista già in molte città del mondo, trasformarla in Das richiede adeguamenti tecnologici e la collaborazione degli operatori delle telecomunicazioni. Tuttavia, gli investimenti complessivi sarebbero relativamente contenuti, a fronte di benefici considerevoli.Spesso, infatti, le città sono costrette a prendere decisioni in condizioni di incertezza. Gli amministratori devono capire se una strada ha bisogno di manutenzione, se la gestione del traffico è efficace, se un ponte può attendere ancora un anno prima di un intervento strutturale, se una vibrazione è temporanea o se è il segnale di qualcosa di più serio. Dati migliori non eliminano i rischi, ma permettono di individuarli prima e di intervenire prima che si trasformino in tragedie. Soprattutto in Italia, un paese in cui convivono fragilità sismiche, infrastrutture datate, rischi idrogeologici e una manutenzione talvolta tardiva.In breve, le città hanno bisogno di dati. I cittadini hanno bisogno di privacy. E la fibra ottica può permettere a entrambe queste esigenze di convivere senza compromessi.Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata dal Los Angeles Times