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Ultimo aggiornamento: 11:08
Un rifugio distrutto, un trail runner trascinato a valle e il rischio, scampato, di una tragedia di vaste proporzioni. Una valanga staccatasi ad alta quota da uno dei rilievi del Gran Sasso ha rischiato di provocare danni che, il sindaco di Fano Adriano, nel Teramano, definisce come paragonabili a una “Rigopiano-bis”, evitata per “puro caso” perché in “quel momento non c’era nessuno” nel rifugio del Monte, dove la valanga si è abbattuta il 3 maggio distruggendolo.
Il riferimento del primo cittadino abruzzese Luigi Servi è all’hotel sul versante pescarese della montagna dove, il 18 gennaio 2017, morirono 29 persone a causa di una valanga. La struttura, che da anni è un punto di riferimento per gli escursionisti, si trova a 1.600 metri lungo il Sentiero Italia, una via di 8mila chilometri che attraversa tutta la Penisola. Come detto da Servi, nella struttura non era presente nessuno al momento dell’impatto ma ci sono stati attimi di paura per un trail runner, Mario Di Clemente, come riportato da RaiNews, scomparso dopo la valanga: l’uomo poi è stato ritrovato in buone condizioni di salute.
L’escursionista stava correndo in gruppo quando ha deciso di fare un deviazione in solitaria dal sentiero principale sul Monte Corvo. A quel punto la slavina lo ha trascinato a valle. Dopo essersi riuscito a liberare scavando nella neve, pur rendendosi conto di aver perso l’orientamento, ha cercato di raggiungere la vallata senza successo. Con il sopraggiungere della notte è stato costretto a bivaccare all’aperto e alle prime luci dell’alba ha raggiunto in autonomia e in buone condizioni la sede stradale nei pressi di Aprati. Intanto gli uomini del soccorso alpino, vigili del fuoco, carabinieri e guardia di finanza continuavano a cercarlo con elicotteri, droni e squadre a terra.






