PORTO TOLLE (ROVIGO) - Ci sono storie che restano sospese, come se il tempo si fosse dimenticato di chiuderle. Poi, un giorno, basta un gesto semplice per rimettere tutto al proprio posto. Ieri mattina non è stata solo una cerimonia. È stato un ritorno.
Dopo più di ottant'anni, la gavetta di Silvio Pavanati è tornata a Porto Tolle, nelle mani dei suoi figli Beniamino, Regina e Claudio. Un oggetto piccolo, consumato, ma capace di portarsi dentro un pezzo di vita. E forse qualcosa di più.
Era rimasta là, tra le montagne, in un castagneto a Chiusa di Pesio, in provincia di Cuneo. Incastrata in un muretto di pietra lungo una vecchia via del sale. Come se qualcuno, o qualcosa, l'avesse messa lì ad aspettare. E ad aspettare, in fondo, è stata davvero. Per decenni.
Silvio Pavanati aveva poco più di vent'anni quando fu mandato al fronte, nel 1943. Poi l'8 settembre, il caos, la paura. Migliaia di soldati senza più ordini, senza più direzione. Alcuni finirono nei campi di lavoro, altri scelsero di scappare. Lui tornò a casa. A piedi.
Settecento chilometri di strada, con la guerra alle spalle e davanti solo la voglia di rivedere il Delta. Senza quella gavetta, che nel frattempo si era persa lungo il cammino. «Non ci consegna solo una gavetta, ma un ricordo che ci riapre i cuori - ha detto il figlio Beniamino, con quella voce che tiene insieme emozione e dignità -. Papà queste storie ce le raccontava. Poi, col tempo, erano diventate più sfumate. Oggi è come se tornassero qui, davanti a noi».






