Aung San Suu Kyi "sconterà il resto della pena" ai domiciliari.
Dopo cinque anni di reclusione, la premio Nobel per la Pace potrebbe lasciare il carcere in cui l'ha rinchiusa la giunta golpista alla guida del Myanmar ed essere trasferita in una non meglio specificata "residenza designata".
L'annuncio è stato fatto in serata dallo stesso regime salito al potere nel 2021 e ha fatto subito il giro del mondo, ripreso prima dai media statali del Myanmar e poi dai più importanti giornali internazionali. Ma sono ancora tanti gli aspetti non chiari. A partire appunto dalla residenza in cui dovrebbe essere detenuta l'ottantenne ex leader politica del Paese del sud-est asiatico, di cui non si hanno in pratica notizie da quando è stata incarcerata con una condanna a 33 anni (poi ridotti a 27), la cui matrice politica è considerata più che evidente dalla comunità internazionale.
Le Nazioni Unite hanno salutato l'annuncio dei domiciliari come "un passo significativo verso la creazione di condizioni favorevoli a un processo politico credibile" e hanno ribadito il loro appello al "rilascio immediato" di tutti i prigionieri politici in Myanmar.
Molto più cauto appare però il figlio, che in un'intervista alla Bbc ha affermato di non avere neanche prove che sua madre sia viva. "Spero che sia vero. Non ho ancora visto alcuna prova concreta che dimostri che sia stata trasferita", ha detto all'emittente britannica. "Quindi - ha aggiunto - finché non mi sarà permesso di comunicare con lei, o finché qualcuno non potrà verificare in modo indipendente le sue condizioni e dove si trova, non crederò a nulla". I media statali del Myanmar hanno pubblicato una foto che mostrerebbe Aung San Suu Kyi seduta accanto a due uomini in divisa, ma secondo la Bbc la foto risalirebbe al 2022 e il figlio della Nobel ha definito quindi l'immagine "priva di significato".














