Due figure immobili, una donna e un bambino, sembrano sul punto di essere giustiziate. Le mani sono legate dietro la schiena, ma le dita si intrecciano nel gesto della vittoria. È da qui che parla Potenziali bersagli 2026: non dalla morte, ma dalla resistenza. L’opera non chiede compassione, ma responsabilità. Non rappresenta corpi vinti, bensì soggetti che, anche nella massima violenza subita, continuano a rivendicare libertà e dignità. È questo il significato centrale del primo monumento a Roma dedicato alle vittime del genocidio palestinese, inaugurato il 25 aprile in Piazza delle Camelie, nel corso del corteo antifascista di Roma Est. A realizzarlo è il Collettivo artistico Arte Come Sopravvivenza, che ha scelto uno spazio popolare e decentrato per collocare un’opera destinata a interrogare il presente.

Le due sagome indossano la kefiah, simbolo identitario del popolo palestinese, e si inseriscono consapevolmente in una tradizione artistica e politica che lega memoria storica e attualità. La donna e il bambino sono infatti la sesta e la settima figura del progetto Potenziali bersagli, nato trent’anni fa con il monumento installato a Porta San Paolo, davanti alla Piramide Cestia, inaugurato il 25 aprile 1995. Quel primo nucleo commemorativo comprende cinque statue dedicate alle vittime della persecuzione nazifascista: un omosessuale, un immigrato, una donna ebrea, un antifascista e una donna rom. Allora il messaggio era rivolto al passato, alla necessità di non dimenticare chi era stato trasformato in “bersaglio” dal fascismo e dal nazismo. Oggi, con Potenziali bersagli 2026, lo sguardo si sposta sul presente: il bersaglio non è più solo una memoria storica, ma una realtà che continua a prodursi sotto gli occhi del mondo.