Sedersi a tavola con sconosciuti scelti da una app, acquistare cibo senza sapere cosa si mangerà, o cercare affinità attraverso i gusti alimentari: pratiche che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate eccentriche stanno diventando sempre più comuni. Negli ultimi anni è emerso infatti un insieme di piattaforme che, pur diversissime tra loro, condividono un’intuizione comune: il gusto non è più soltanto una preferenza privata, ma un dispositivo sociale. Un sistema ancora in parte sperimentale e frammentato, tra piattaforme consolidate e progetti di nicchia, ma certamente rivelatore di una trasformazione in corso.

Il primo livello di questa trasformazione è quello del social eating. In Italia il caso più evidente è Tablo, app che prova a eliminare la fase intermedia della conoscenza digitale per riportare l’incontro direttamente nella realtà fisica. Non si costruisce un rapporto virtuale per poi vedersi, ma si parte dal tavolo: l’utente sceglie un evento — una cena, un aperitivo, un brunch — e si unisce a un gruppo di sconosciuti, in una logica non lontana da quella di Timeleft, che organizza cene tra estranei in decine di città partendo da un test di personalità. Più che mettere in relazione individui, il sistema organizza situazioni. L’impressione è quella di una socialità immediata, quasi spontanea, ma in realtà quella spontaneità è progettata: il tipo di locale, l’orario, il formato dell’incontro sono già definiti. L’algoritmo non decide le persone, ma il perimetro entro cui si incontreranno.