In Cina i giovani abbandonano il “996” (ovvero lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni su 7) e cercano una vita più lenta in campagna. Dove nascono situazioni surreali, che Catherine Hyland ha documentato

di Maurizio Fiorino

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“Quello che mi interessa non è documentare un cambiamento, ma capire come viene costruito”, mette subito in chiaro Catherine Hyland, fotografa che, nel suo New World Other, ha esplorato le forme di economia che stanno nascendo in Cina. E, soprattutto, il ruolo surreale (ma fondamentale) che la fotografia svolge in questa evoluzione. Non è un azzardo, a tal proposito, sostenere che le sue immagini non raccontano semplicemente dei luoghi – in questo caso Lijiang e la valle di Dali, nello Yunnan – ma il modo in cui questi posti vengono immaginati, costruiti e, infine, consumati. Si tratta di territori che, nelle parole della fotografa, subiscono “nuovi desideri e nuove forme di rappresentazione e dove vivere, sempre più spesso, significa mettersi in scena”. Negli ultimi anni, Dali è diventata una destinazione inattesa per una generazione di giovani cinesi in fuga dalle megalopoli. Giovani che lasciano alle spalle il ritmo estenuante del cosiddetto “996” – ovvero lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni su 7 – per cercare una vita più lenta, sostenibile. “Ma quella che trovano non è una campagna incontaminata. È piuttosto uno spazio ibrido, dove agricoltura, turismo, lavoro digitale e produzione di immagini convivono e si sovrappongono”, ragiona Hyland.