Molti uomini sono disorientati, perché il vecchio modello di mascolinità non funziona più, ma non sanno con che sostituirlo. E gli americani vendono un racconto rassicurante e semplicistico
di Mattia Insolia
Gli Stati Uniti li abbiamo sempre guardati; da Hollywood alla musica, dalle mode alla politica. Un po’ perché ci sono sempre parsi il cugino figo da imitare, un po’ perché gli abbiamo concesso un’egemonia culturale che, piano piano, si è incancrenita. E pure se dacché Trump e il suo gruppo si sono infilati alla Casa Bianca quel che abbiamo visto sembra una follia collettiva, abbiamo continuato a imitarli. Tra le cose che in questi anni di impazzimento abbiamo deciso di importare c’è la smania di tanti uomini di riavvolgere il nastro. E di rendere la mascolinità di nuovo grande. Va detto, a onor del vero, che gli Stati Uniti non sono l’unico male del mondo: idee simili erano già germinate anche qui. È solo che gli americani ci si sono impegnati di più.
Rendere la mascolinità di nuovo grande, quindi. Cioè far diventare di nuovo maschi i maschi.
È un processo che inizia con il corpo. E lo vediamo sempre più spesso, in modo sempre più nitido. Basta pensare a come stia cambiando l’estetica di riferimento, che negli ultimi mesi si è molto modificata. Da Pete Hegseth e la sua ossessione per muscoli gonfi e tatuaggi aggressivi a Robert Kennedy Jr., con le trazioni postate sui social, da Andrew Tate e suo fratello a Jake e Logan Paul, a Conor McGregor. L’estetica di riferimento a stelle e strisce ha sempre preferito ciò che potesse esprimere forza, potenza ma da qualche anno sembra che questa inclinazione si sia istituzionalizzata, diventando un modello a cui aspirare necessariamente: o sei forte o sei un nulla.






