Dieci anni fa il giocatore di football Colin Kaepernick, inginocchiandosi durante l’inno nazionale americano, diede il via alle proteste. A seguito delle polemiche (Trump compreso), è stato costretto a smettere: “Ma c’è un momento in cui gioco ancora, di notte quando sogno”

di Emanuela Audisio

È l’uomo che ha messo in ginocchio l’America. E anche lo sport. Il quarterback che ha lanciato la palla nel mondo, quello del passaggio vincente. Il ribelle con una causa. The Game Changer. Perché lui ha cambiato il gioco, non solo la partita. E nel 2016 ha fatto un gesto. Uno solo. Come Rosa Parks nel ’55, come Muhammad Ali nel ’67, come Tommie Smith nel ’68. Non si è alzato davanti all’inno americano. La sua spiegazione: “Non posso onorare una bandiera che rappresenta un Paese che opprime i neri con una brutalità organizzata”. L’America veniva da un’estate ingiusta e violenta. Poi più nessuna dichiarazione, solo fatti: in particolare, vari milioni di dollari donati ad associazioni per assistere la comunità afroamericana. Colin Kaepernick è un gigante gentile. L’opposto di quello che ti aspetti da qualcuno abituato a rischiare di essere fatto a pezzi ogni (maledetta) domenica. È alto 1,96, voce bassa, modi miti e chioma pazzesca. È la prima cosa che sorprende: ti aspetti il contestatore polemico, ti arriva il ragazzone di 38 anni dai toni delicati, il papà che vuole essere il genitore perfetto per la sua bambina. Si capisce anche perché: sua mamma Heidi, 19enne, lo diede in adozione sei settimane dopo averlo partorito. Il 28enne afroamericano con cui l’aveva avuto era sparito e lei non sapeva cosa fare, quando si presentò una coppia disposta ad adottare il suo bambino. Si chiamavano Kaepernick, Rick e Teresa, erano bianchi come lei e appassionati di sport, avevano già due figli biologici e due altri ne avevano persi alla nascita per insufficienza cardiaca congenita.