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I fermati sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, reati in materia di armi, trasferimento fraudolento di valori e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, oltre ad altri delitti aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione dell’associazione mafiosa
Continuità del comando, ma evoluzione del sistema. L’operazione antimafia di ieri a Brancaccio e Sperone, a Palermo, lo conferma: tra i 32 fermati a seguito delle indagini del Nucleo investigativo dei carabinieri, della Squadra mobile e della Sisco, coordinate dalla Dda di Palermo, c’è Nino Sacco, boss storico del mandamento, scarcerato nel maggio del 2024 e tornato subito a comandare. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione aggravata, reati in materia di armi, trasferimento fraudolento di valori e associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, oltre ad altri delitti aggravati dal metodo mafioso e dall’agevolazione dell’associazione mafiosa. L’operazione dimostra come la mafia mantiene i vertici, cui porta grande rispetto, ma si è evoluta cambiando nei metodi e arruolando giovani di fiducia, molto spesso parenti, per fare il lavoro sporco e utilizzare sistemi innovativi al passo con i tempi. Lo Stato lo sa, e per questo teneva d’occhio Sacco sin dal momento in cui ha messo piede fuori dal carcere, e monitorava anche il nipote Carmelo, attraverso cui il boss imponeva il suo volere.







