Nel pieno delle tensioni sullo Stretto di Hormuz e dei rischi per l’offerta globale di petrolio, di gas, di diesel e di cherosene, il nodo è evidente: anche con prezzi elevati, i consumi non si comprimono quanto desiderato. Qualche giorno fa lo ha sottolineato anche l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi («abbiamo tenuto i prezzi troppo bassi»), segnalando che la leva dei prezzi è necessaria ma non sufficiente. Nelle ultime settimane, nonostante aumenti consistenti del costo del pieno in autostrada, in parte attenuati da interventi pubblici, i consumi non si sono ridotti in modo proporzionale. Ma, se la crisi proseguirà, sarà necessario trovare il modo di ridurre i consumi. E sarà necessario farlo senza impattare troppo su abitudini e benessere dei cittadini. La fattibilità di interventi lato domanda, non “austeri”, poggia su evidenze tecniche e su raccomandazioni convergenti di fonti autorevoli.
Ridurre la velocità autostradale di 20–30 km/h potrebbe avere impatti più rilvanti di quanto non si pensi. Prendiamo un valore orientativo, ma coerente con la fisica: la resistenza aerodinamica cresce con il quadrato della velocità e la potenza richiesta con il cubo. Ne deriva che piccoli aumenti di velocità fanno crescere in modo sproporzionato i consumi. Evidenze su percorrenze reali mostrano riduzioni nell’ordine del 30–40 per cento dei consumi a fronte di differenze di tempo di percorrenza contenute (un dato, empirico, è stato di recente illustrato dall’Anci Emilia-Romagna). Non a caso l’Agenzia Internazionale dell’Energia indica la moderazione della velocità tra le misure a effetto più immediato nelle crisi energetiche (si veda Iea, «A 10-Point Plan to Cut Oil Use»). L’Agenzia Europea dell’Ambiente rileva che consumi ed emissioni per km aumentano sensibilmente oltre i 100–110 km/h.









