Genoa-Sassuolo al Ferraris, la gioia di Ekuban dopo il gol
Nella coda ai tornelli dello stadio ci si mischia tutti quanti: giovani e vecchi, donne e uomini, fascisti e comunisti, benestanti e poveracci, in un melting pot dal denominatore comune: la passione per il Grifone. E proprio come in ospedale o in galera dove cadono le maschere tra le persone, ai tornelli del Ferraris l’ipocrisia quotidiana si prende un giorno di riposo e, nonostante ci si trovi in mezzo a una strada fra estranei, si ha la sensazione di essere in casa con dei vecchi amici.
Domenica, nell’interminabile fila dietro la Sud, c’era un simpatico ragazzo che vive in Emilia e che, a settimane alterne, si scoppia 500 km per sostenere il Genoa, definendo l’impresa una belinata. C’erano anche due signore sulla sessantina, milfazze grezze come la carta dello stoccafisso, che ad alta voce raccontavano episodi imbarazzanti anche per un ergastolano, totalmente incuranti della famigliola con bambini che avevano a fianco. Poco più avanti c’era un orco di due metri con la barba da Mangiafuoco che, in un altro “Montessori moment”, ha chiesto al figlio di 7/8 anni di fare un salto al bar a “prendergli due Ceres”. C’era pure un distinto signore che, forse per spezzare la monotonia della coda, presentatosi come un insegnante di diritto, mi ha stretto la mano complimentandosi per questa rubrica, “Ingenoamente”. E mentre il mio ego gongolava e lo ringraziavo, arrivava anche il sospirato momento del mio turno per entrare nel diabolico marchingegno ma a quel punto, approfittando del mio attimo di distrazione, le due milfazze mi avevano già fottuto il posto al tornello. Entrato circa al quindicesimo, ho raggiunto la mia solita zona in Gradinata Zena e mi sono piazzato vicino a un ragazzone con il piede ingessato e le stampelle. Passati alcuni minuti, con il mio proverbiale tempismo, gli ho domandato cosa si fosse fatto e, mentre mi rispondeva che si era fratturato il malleolo giocando a basket, ci siamo entrambi persi la prodezza di Malinovskj. Mortificato per l’accaduto, sentendomi in colpa, non gli ho più parlato fino al triplice fischio quando poi l’ho abbracciato.






