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Ecco come l’ipotesi di una tassa sui ricchi si è rivelata un boomerang per la premier socialdemocratica della Danimarca

L’idea di una tassa sui patrimoni non muore mai. Ma non porta neanche bene a chi la propone. L’ultimo esempio è quello della Danimarca, i cui cittadini sono appena andati al voto politico anticipato, chiesto e ottenuto nel febbraio scorso dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen sull’onda del caso Groenlandia, la terra danese che Donald Trump vorrebbe annettere agli Usa. Nel suo programma per un nuovo governo, Frederiksen ha messo sul tavolo la proposta di una tassa patrimoniale (formueskat) dello 0,5% sui patrimoni superiori a 25 milioni di corone (circa 3,3 milioni di euro), destinata a finanziare classi più piccole nelle scuole primarie, con un gettito di 6 miliardi di corone (a carico di meno dell'1% dei danesi).

L’idea era quella di guadagnare voti per spostare a sinistra la coalizione che fino a oggi conta anche sui voti di liberali (Venstre) e Moderati. Ma il risultato è stato l'opposto di quello sperato: la patrimoniale non solo non ha fatto avanzare la sinistra, ma ora si sta rivelando un ostacolo alla formazione del governo. Il 24 marzo scorso i Socialdemocratici hanno ottenuto il 21,9% dei voti dal 27,5% del 2022, il peggior risultato dal 1903, con il blocco di centro-sinistra che si è fermato a 84 seggi su 179 totali, quindi senza maggioranza. Anche il blocco di centro-destra ha perso seggi, fermandosi a 77. Per questo i 14 seggi dei Moderati di Lars Løkke Rasmussen sono diventati indispensabili per la premier, incaricata dal Re Federico X di formare il governo. Lo stesso Løkke, già nella notte elettorale, ha posto il veto alla patrimoniale. Come ovviamente hanno fatto anche i liberali.