L’impatto sociale della tecnologia è al centro dell’incontro “Connessi ma disconnessi: sopravvivere al migliore dei mondi”, che vede Maccio Capatonda in dialogo con il digital strategist Francesco Marino (Foyer del Toro, Teatro Regio, domenica 19 aprile alle 16,30; ingresso libero, fino a esaurimento posti). Si riflette sul crescente isolamento generato dall’iperconnessione, sulle opportunità e le responsabilità, con lo sguardo critico e ironico di chi anche grazie alla tecnologia ha costruito il suo percorso artistico, tra alter ego, personaggi e macchiette.
Partiamo da qui: a Biennale Tecnologia interviene Maccio Capatonda o Marcello Macchia?
«Nel programma hanno scritto Maccio Capatonda. Ormai sono legato a questo nome, purtroppo o per fortuna. Avessero messo Marcello Macchia nessuno saprebbe chi è e forse non verrebbe nessuno. Anche se in alcuni ruoli più tecnici, nei video e nei film, mi firmo Marcello Macchia, ma di base ormai sono il mio pseudonimo. In fondo, siamo la stessa persona: Maccio non è un personaggio, come potrebbe essere Padre Maronno, è il mio nome d’arte».
Nato quasi per caso, vero?
«Nel primo video che ho realizzato con la Gialappa’s, il trailer de “La febbre”, nella presentazione degli attori, mi ero dato qual nome, ma non pensavo assolutamente di riusarlo. Il pubblico però mi ha identificato con quel nome ed è rimasto».






