Il braccio di ferro tra Anthropic e il Pentagono va avanti. E le decisioni nelle aule giudiziarie segnano uno a uno. La corte federale di Washington ha respinto il ricorso della società tech sulla sua classificazione come un rischio per la sicurezza nazionale nella catena di approvvigionamento. La qualifica, perciò, resta in vigore. Un caso che ha preso piede quando il dipartimento della Guerra (una volta, della Difesa) aveva definito la società guidata da Dario Amodei un pericolo dopo lo scontro sull’uso dei suoi modelli di intelligenza artificiale in contesti di guerra. Le applicazioni riguardavano, soprattutto, armi autonome e sorveglianza di massa domestica, con ricadute sul conflitto in Iran.

La stessa Anthropic, però, si era rifiutata di rimuovere una serie di restrizioni e, di conseguenza, stralciato il contratto in essere con l’amministrazione Usa. Da lì, l’inserimento in una black list che ha spostato la sfida in tribunale. E l’azienda ha presentato due cause distinte. Prima a San Francisco, poi a Washigton Il primo giudizio è arrivato alla fine del mese scorso. A San Francisco il giudice si è sbilanciato a favore di Anthropic, stabilendo che il segretario del dipartimento, Pete Heghseth, abbia oltrepassato i suoi poteri . Concessa, inoltre, un’ingiunzione preliminare alla società che impedirebbe all’amministrazione Trump di imporre il divieto di utilizzo di Claude. Mercoledì 8 aprile, è il turno della corte federale di Washington. Nonostante sia stato riconosciuto che la decisione possa innescare «un danno irreparabile» all’azienda, il giudice sostiene che non ci siano motivi sufficienti per l’emissione di un’ordinanza che annulli quanto fatto dal Pentagono. Anche perché «l’entità precisa del danno finanziario non è chiara». Altre prove saranno presentate alla corte d’appello in un’udienza fissata il 19 maggio.