La sorella della vittima chiavarese (Roberta Repetto): “Finalmente riconosciuto ciò che dico da 5 anni, ma giustizia comunque troppo tardiva”
Il centro Anidra di Borzonasca
Chiavari – Non si può escludere che, se debitamente informata sui rischi di un melanoma, Roberta Repetto avrebbe scelto di farsi curare in maniera “ortodossa”, finendo, probabilmente, per salvarsi.
Lo dice la terza sezione della Corte di Cassazione, che quindi rinvia ad un tribunale civile la posizione di Paolo Oneda, il medico bresciano che asportò un neo alla quarantenne chiavarese sul tavolo della cucina del Centro Anidra, a Borzonasca. Come noto, Oneda è stato assolto in sede penale (con formula piena, dal giugno 2024, e anche Paolo Bendinelli, la figura di riferimento del centro olistico, anch’egli andato a processo) ma, a questo punto, torna a dover rispondere del suo comportamento di medico in quella civile, dove potrebbe essere stabilito un risarcimento ai familiari di Roberta.
«Per i giudici, Roberta non è stata informata come sarebbe stato necessario su ciò che rischiava - commenta la sorella, Rita Repetto, ormai da anni attiva con l’associazione “La pulce nell’orecchio” contro le azioni delle cosiddette sette -. Se fosse stata debitamente informata, non si può dire che avrebbe rifiutato la medicina tradizionale. Quindi finalmente è stato riconosciuto quello che io, per cinque dolorosi, lunghi, faticosi anni ho ripetuto: mia sorella non voleva morire. Se qualcuno le avesse detto quello era un melanoma e avrebbe potuto morire, lei si sarebbe rivolta alla medicina tradizionale. Come poi la realtà dice che ha fatto, visto che gli ultimi nove giorni della sua vita li ha passati in ospedale».







